“La confraternita dell’uva” di John Fante (traduzione di Francesco Durante, prefazione di Vinicio Capossela).

Houston, abbiamo un problema: il libro è bello ma non mi è piaciuto. Che faccio?, fingo d’essere andata in estasi comunque – vedo che l’internèt si sollazza assai in tale solluchero – o dico pane al pane – e col “vino al vino” restiamo in tema – e ammetto che la famiglia Molise mi sta sul culo quanto gli attaccabrighe da social? Ok, ormai ho svelato la magagna, e di questo mio malessere bisogna dare merito all’autore: John Fante è riuscito a farmi odiare la sua famiglia, ché i Molise sono i Fante e Nick Molise – paparino burbero, avvinazzato e cazzone – è davvero imparentato col nostro John. Ma sapevo – lo sapevo, santa pazienza! – che avrei detestato Fante nella sua versione “affranto e affermato scrittore cinquantenne”, e lo sapevo dopo aver detto malissimo di Il mio cane Stupido.

Quindi vi starete chiedendo perché abbia comunque trangugiato confraternita, uva e Molise – un libercolo che stava da tempo nella mia lista desideri di Anobii, scomparso da lì grazie alla nostra Mosco –, volevo beatamente stroncarlo? Stavo forse cercando la rissa? Ecco, no, perché del libro non posso fare carta straccia, il libro è bello, la vicenda è tristemente credibile, tutto ha un senso. Forse è per questo che alla fine avrei strozzato i personaggi, incluso il protagonista.
Lo stesso odio feroce mi aveva squinternato le viscere durante la lettura de Il giovane Holden, ma in quel caso non avevo salvato il libro. Credo anzi d’averlo infilato in qualche paccozzo commentozzo. Sì, lo so, da tempo non giochiamo al paccozzo commentozzo, e pensare che i libridemmerda da regalare non mancano mai! Va bene, rifaremo il concorsone, adesso datemi un attimo per dire ancora un paio di cose sul Fante/Molise di La confraternita dell’uva: lo preferisco in versione Arturo Bandini. Un po’ come preferisco il 23 dicembre al giorno di Natale, per intenderci. E non è per una questione di parenti a tavola, datemi retta. È che Fante è invecchiato male. Lui, intendo, non la sua scrittura. Il Fante/Molise è una lagna, come Holden Caulfield, ma almeno Fante non se la tira.

Ovviamente devo infilare in questa receslawa anche due parole su quello che succede nel libro, sennò mi gioco la mancia. Orbene, in questo romanzo è narrata la vita sbilenca di Nick Molise e dei suoi compagni di sbornia – «Erano una ghenga di strambi, irascibili, duri individui da previdenza sociale: gente ringhiosa, frontale, vecchi bastardi maligni e aspri, che però se la spassavano col loro spirito crudele e i modi profani del loro cameratismo. Non filosofi, non vecchi oracoli che si pronunciavano dalle profondità della loro esperienza della vita; ma soltanto vecchi che ammazzavano il tempo, in attesa che l’orologio si scaricasse» (pagina 52) –, Molise è un muratore in pensione sempre pronto ad attaccare briga. Coi figli e col resto del mondo. È un fallito che fa pesare i propri fallimenti. Ed è un donnaiolo, proprio quello che ci vuole per mettere in moto la giostra e riportare a casa il nostro scrittore: c’è da disinnescare una bomba, la richiesta di divorzio di mammina. Ho odiato anche lei, per poi rivalutarla ampiamente all’ultima pagina. Ma qui non si fanno spoiler: o morite curiosi o vi andate a leggere almeno quella.

Lasciatemi poi spendere due parole sulla prefazione di Vinicio Capossela: scriverla da sobrio avrebbe fatto la differenza. In dieci pagine ho contato 28 punti esclamativi.

Mi pareva giusto immortalare almeno la prima pagina, così da condividere con voi il tono alcolico della faccenda. Una di quelle prefazioni che proprio ti spingono a leggere. Altro.

Insomma, un gran bel libro. Ma li ho odiati tutti. A cominciare da Capossela. Ho detestato anche John Fante, vinto tra i vinti, probabilmente il più vinto di tutti. Roba da doversi prendere una sbronza per scordare le tante sbronze del romanzo. Sì, insomma, forse Capossela non ha tutti i torti.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

6 responses to ““La confraternita dell’uva” di John Fante (traduzione di Francesco Durante, prefazione di Vinicio Capossela).”

  1. Daniele says :

    Come un salmone mezzo mostro d’amore: questa frase mi fa gridare “vendetta!!1!” e mi fa venire voglia di lanciare una petizione su Change.org contro le prefazioni…
    Terribile, e non è nemmeno la cosa peggiore di quella paginetta…
    Su Fante (regina e re 😛 ) non mi pronuncio, nulla vidi nulla saccio, ma mi sembra una di quelle storie che i sarebbero state inflitte al liceo, perciò farò finta di nulla… 😛

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  2. Andrea says :

    Gentile Gaia, non è per snobismo, ma semplicemente per autodifesa che non leggo mai le prefazioni scritte dall’autore che ha il proprio libro accanto a quello di cui scrive, l’operazione è così smaccatamente legata ai soldini che non vale la pena di perdere tempo; con tutto quello che c’è da leggere poi.
    Bene, sistemato il Vinicio, arriviamo a lei. E a Fante. Un libro deve essere bello sul serio per far odiare i suoi personaggi come fossero i vicini di pianerottolo. La grandezza di Fante è tutta qui, ti fa vivere quella sua bislacca storia e per un paio di giorni stai a assieme a quei suoi maledetti italo – qualcosa, ne respiri il fiato malato di cirrosi e li odi perché sai che sono proprio così, li hai incontrati, li hai odiati; ogni volta che ti rivolgevano un saluto hai sputato per terra, ma leggerli è ancora più odioso. Leggerli è pornografia. C’è un montanaro di mia conoscenza che per un po’ ha provato a scrivere di sbronze, ma se non sai scrivere, una sbronza rimane una sbronza. Se sei John Fante una sbronza diventa una storia, la tua storia, diventa una vita, la tua vita; diventa poesia di muratori; le mani spaccate di mio padre, la sua rabbia, la sua eterna inquietudine, il suo scrutare e bestemmiare il cielo assente, il mio essere piccolo e spaventato, le lacrime nascoste di mia madre, le sue scenate isteriche quando lui non c’era. Se sei John Fante ti attacchi al più piccolo pezzo di carta e sopra ci scrivi una bestemmia orribile con una bic che strappa il foglio. Se sei John Fante ti giuri che non avrai più paura, mai più, mai più. Qualsiasi cosa succederà tu la scriverai. Cazzo! E quando la sua storia, quella di John, la mia, quella di tanti sarà sulla carta ci provi pure il muratore con le sue bestemmie senza risposte a portartela via. Chissà forse bisogna essere figli di muratori emigranti per odiare fino in fondo i Molise, i Bandini e amare sino alla commozione chi al tuo posto li ha messi dentro i libri esorcizzando le tue paure. Quanto nella mia adolescenza avrei voluto scrivere come Fante per strappare la pellicola di cemento dalle mani di mio padre. Quanto ho amato mio padre e la sua disperazione.
    Insomma, un gran bel libro. Ma li ho odiati tutti. È così. È così.
    Chiedo scusa a tutti in particolare a lei gentile Gaia per questa mia caduta di stile, succede a chi vive.
    Un carissimo saluto e ancora scusa.Andrea

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    • Gaia Conventi says :

      Gentile Andrea, mi ricorderò di lei alla prossima prefazione e forse la salterò davvero. Ma magari non ho saltato questa proprio perché immaginavo di trovarci della fuffa. Tanta fuffa. Fuffa coi punti esclamativi. Insomma, l’aria fritta venduta a peso d’oro. E infatti…
      Vinicio lo ascolto poco, ma anni addietro andavo matta per il suo album “Camera a sud”. Erano i tempi dell’università, della sala studio, dell’appartamentino in affitto con altre studentesse. Vinicio lì ci stava bene, non era nemmeno il più squinternato della compagnia, a volergli fare un complimento. È che quando mi capita di risentire il vecchio Vinicio, lo ritrovo fermo a quei tempi. Come se abitasse ancora in affitto e dovesse andare da mamma a farsi fare il bucato. Cosa che ho pensato leggendo la sua prefazione: avrà imparato a stirarsi la roba? Mah. Avrà capito che il tempo passa e alla sua età i punti esclamativi vanno usati con parsimonia? Pare di no. E chissà se in casa ha la lavatrice… Dividerà correttamente i colori?
      Comunque sia, e sempre restando alla vita reale – la lavatrice lo è moltissimo, ho appena domato il secondo giro di bianchi -, il mio odio nei confronti dei Molise è un fatto di pancia. Conosco gente così e la scanso abilmente – ho la facoltà di evitare i fastidi, anni e anni di applicazione metodica -, eppure Fante me la serve con destrezza e io non mi sottraggo. Perché il libro è bello, ben scritto, ma ho detestato ogni pagina del romanzo. Di certo il merito è di Fante – ho detestato anche la prefazione ma in diversa maniera -, ma a questo punto non so se fargli un monumento o una pernacchia.

      N.B. non si scusi, tra amici… eh, figuriamoci!

      Un abbraccio

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  3. ilcomizietto says :

    È capitato anche a me di leggere libri scritti benissimo, ma insopportabili sotto tutti i punti di vista. Di solito sono lasciati a metà. Viaggio al termine della notte è uno di questi.

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