“Al mio giudice” di Alessandro Perissinotto (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale).

Niente è come sembra! Io in effetti sembro un po’ scema, e invece…

E con questo naso rosso – occorreva sdrammatizzare il giallone informatico – vado ad accontentare la categoria 8 del Reading Challenge 2016: “Un libro consigliato da un amico”. L’amica in questione è la mia erborista che, secoli fa e dopo averlo elogiato in più occasioni, mi ha regalato la sua copia di Al mio giudice. Ovviamente il libro è finito tra millemillanta colleghi cartacei, che è un po’ come averlo perso. Per fortuna le pile di libri – per loro natura instabili – cascano, ed eccomi a ritrovare cose che credevo scomparse. E che vengono buone per il Reading Challenge, anvedi la fortuna!

Un libro che potrebbe sfamare anche la categoria 17 – “Un libro con un mistero da risolvere” –, ma ho affermato di non voler fare la furba: saranno venti libri, e saranno pure di più se inciamperò in un libro che proprio non riesco a terminare. Più onesta di così si passa per pirla.
Se il titolo non vi è nuovo è perché nel 1946 Simenon ne ha sfornato uno simile, e in effetti Perissinotto si ispira a lui e lo prende a modello. Ma poi attualizza il resto: qui lo scambio epistolare si svolge via email; e se al principio la faccenda non mi aveva convinta, in seguito mi sono detta che occorreva qualcuno con cui intrattenere un colloquio. Pare che solo i matti parlino da soli, qualcun altro parla al lettore. Ma il lettore, bontà sua, risponde solo al momento di scrivere una recensione.

La faccenda narrata è ambientata in Italia e zone limitrofe, il protagonista è ovviamente un figo, un hacker coi fiocchi – «[…] sulla rete so triangolare come pochi altri» (pagina 10), «[…] ho passato vent’anni della mia vita a violare gli sbarramenti informatici più sofisticati […]» (pagina 13), «Sì, sono stato un hacker, quasi tutti gli esperti di sicurezza informatica lo sono stati […]» (pagina 14) – un tale bravo bravissimo che però lo piglia in quel posto da un paio di furboni assai cattivi: l’ex figo perde tutto – soldi, azienda, buon nome – e perde anche la pazienza. Una sera fa fuori uno dei cattivoni, un tizio che l’ha fregato alla grande. Il tizio merita certamente quella fine lì, ma la giustizia forse non sarebbe dello stesso parere. Ecco allora la fuga e in seguito l’intenzione di mettersi in contatto col giudice – è una siora giudice – che si occupa del caso: «Su internet ho trovato una sua intervista di qualche tempo fa: le avevano chiesto del suo lavoro e poi della sua vita privata, del perché non è sposata, se aveva una relazione; lei aveva eluso tutte le domande personali, ma con cortesia, e quelli avevano dovuto ripiegare su qualcosa di più anodino come la musica e le lettura. Ricordo che lei aveva detto di amare Simenon. E allora ho pensato a Lettre à mon juge […]» (pagine 10 e 11). È qui che salta fuori Simenon, ma non è l’unico scrivente a fare da comparsa.
Insomma, questo è un libro che cita molti libri – ne prendo uno a caso, a pagina 82, Rosaura alle dieci di Marco Denevi – e molta musica. Il piatto forte – e intendo il piatto del giradischi – è Jacques Brel. Mi sono anche sforzata di leggere i testi delle sue canzoni, ovviamente in francese, e ovviamente – ormai lo sanno in tanti – io detesto il francese. È proprio un fatto d’allergia.

Il mistero da risolvere non è scontato e non lo sono nemmeno le ambientazioni della fuga del protagonista, e i personaggi che incontra sul proprio cammino. Abbiamo anche un gatto che gli tiene compagnia, e si sa che i gattini funzionano sempre: lo dicono i social.
Per molti tratti è decisamente un giallo originale, un giallo italiano che sembra poco italiano. Grazie al cielo non ci sono storie d’amore strappalacrime – ci sono storie e storielle, ci sono anche salti della cavallina, e per fortuna non prendono troppo posto –, i cattivi hanno validi motivi per fare gli stronzi e il protagonista e la siora giudice non finiscono per innamorarsi. Sì, lo so, è uno spoiler, ma non avessi ancora letto il libro sarebbe la prima cosa che mi verrebbe da chiedere. Ho sempre detestato le donne affette dalla sindrome della crocerossina.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

4 responses to ““Al mio giudice” di Alessandro Perissinotto (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale).”

  1. Daniele says :

    “Si sa che i gattini funzionano sempre: lo dicono i social.”
    Miseria, quanto è vero XD

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  2. minty77 says :

    Mi sono anche sforzata di leggere i testi delle sue canzoni, ovviamente in francese, e ovviamente – ormai lo sanno in tanti – io detesto il francese.

    Tu pensa, neanche io amo il francese, ma in effetti l’unica giustificazione che riesco a trovare alla sua esistenza è che, secondo me, cantato viene proprio benissimo! XD

    il protagonista e la siora giudice non finiscono per innamorarsi. Sì, lo so, è uno spoiler, ma non avessi ancora letto il libro sarebbe la prima cosa che mi verrebbe da chiedere.

    In effetti, m’era venuta come l’idea… 😀
    Peccato, però. I salti della cavallina dei protagonisti stropicciati mi annoiano sempre a morte. Se non c’è manco un innamoramento a condimento, blah! 😛 Poteva evitarsi pure i salti, le storie e le storielle, eh!

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    • Gaia Conventi says :

      Eh, ma qui i salti cavallini hanno una motivazione che va ben oltre il salto della cavallina! Qui sono parte della trama… 😉 Ma non svelo niente, eh? Nemmeno sotto tortura. Semmai te lo dico a voce, durante il pranzo di Giramenti. 😀

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