“Il commissario Habib. Due gialli in Africa” di Moussa Konaté (trad. Ondina Granato), per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale.

A Mali estremi, estremi ripieghi.

Il libro avrebbe dovuto fare contenta la categoria 14 – “Un libro di un autore africano” – ma delle due storie presenti nel volume mi sono fermata alla prima – L’assassino di Banconi – senza perderci il sonno per non essere arrivata al gran finale. Chi ha fatto fuori ‘sti tizi nelle latrine della bidonville di Banconi? Be’, è un quesito che mi farà dormire comunque.

E pensare che ho impiegato settimane per trovare un testo che accontentasse me e pure la categoria 14 del Reading Challenge. Mi sono spupazzata diverse quarte di copertina prima di stabilire che avrei affrontato un giallo africano; ho quindi stabilito di fare la conoscenza di Konaté – Repubblica l’ha elogiato così: «qualcuno lo ha ribattezzato il “Maigret africano”» e ora pretendo di conoscere ‘sto qualcuno –, autore del Mali. Per Libèration è «Uno dei più significativi scrittori africani contemporanei», eppure io ho cominciato a grattare. Vi succede mai di provare fastidio fisico leggendo un libro? A me l’eczema letterario si è mosso dopo un paio di pagine, per acutizzarsi coi dialoghi.

Pagina 55.

I buoni – il commissario Habib e il giovane ispettore Sosso – parlano come mia nonna buonanima ed è tutto un mio caro e un caro lui. Persino quando il commissario parla con un informatore:

— Sei un informatore efficace, Kabirou, – concluse il commissario Habib, – ma parli troppo. Sosso si metterà in contatto con te più tardi. Allora, insomma, ciao, mio caro.

— Allora, insomma, capo, grazie e arrivederci.

Siamo a pagina 118, non ho voluto contare i mio caro in cui sono inciampata perché, trattandosi di un autore africano, tocca usare il metro del politicamente corretto. Sì, lo so, non è giusto fare sconti ma voi non vedete i commenti anonimi che rimangono nel limbo del fanculclub. Cominciassi a dire che forse lo stesso giallo ambientato nelle latrine di Cocomaro di Focomorto non sarebbe stato accolto con tanto entusiasmo, mi ritroverei a dover schivare accuse d’attentato al buonismo.
Dunque abbasserò la voce dicendo che mi aspettavo di trovare anche qualche scorcio di paesaggi africani – e qualcuno obietterà: allora cuccati Wilbur Smith! – ma non mi sono mai spostata da questo quartieraccio: «C’era proprio un sole infuocato: sebbene fosse ancora lontano dallo zenit, soffocava gli uomini, gli alberi e la terra, tutto il quartiere di Banconi, l’immensa escrescenza della città di Bamako, centinaia di abitazioni di mattoni in terra coperte di paglia, da brandelli di stuoie, da fogliame o, nel migliore dei casi, da strati di lamiera ondulata, arrugginita ammaccata» (pagina 7).

Forse l’unica cosa intrigante è la bolgia d’autorità che Konaté chiama in causa: «Nella vasta sala riunioni del Direttorio tutti i gradi dei differenti Servizi di Sicurezza si erano sistemati intorno al lungo tavolo in fòrmica. C’erano il capo della Squadra di Pronto Intervento, la D1, quello della temibile Polizia politica, la D2, quello della D3, cioè l’Agenzia d’Informazione, quello della D4, la Squadra Anticrimine (cioè la Direzione generale per la repressione del banditismo), il commissario Habib, ai quali si era aggiunto il Capo di Stato Maggiore della gendarmeria. Mancava solo il grande capo, l’Oracolo, come veniva chiamato al Direttorio» (pagina 58). Ma anche tirare in campo – per la giacchetta – tutta questa gente non è bastato a tenere viva la mia attenzione. È che proprio mi stava sulle balle Habib, coi suoi modi da nonno Libero.
Questo libro – o almeno la parte di libro che mi sono sciroppata – rasenta lo sceneggiato Rai. E lo so che mi ero ripromessa d’accontentare tutte le categorie del Reading Challenge, ma il solo pensiero di cercare un altro giallo d’autore africano mi getta nello sconforto. Vogliatemi bene comunque, pur coi miei limiti.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

5 responses to ““Il commissario Habib. Due gialli in Africa” di Moussa Konaté (trad. Ondina Granato), per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale.”

  1. Daniele says :

    Il dialogo che hai riportato, per me, aveva solo un difetto: è standard! Una situazione del genere è così tipica del giallo e del poliziesco, da essere quasi un cliché. Riguardo i “mio caro” etc., potrebbe anche essere un uso del posto in cui è ambientata la storia, vallo a sapere… quello, o l’autore è una persona leziosa, chissà.
    L’elencone di organi di indagine non mi è piaciuto proprio, è uno di quei paragrafi che salterei a piè pari 😛

    Riguardo al buonismo di chi potrebbe dire “non puoi criticare un autore africano”, andrei a rispondere che
    1 – se ci si degna di spiegare il perché, si può criticare ogni cosa
    2 – una critica negativa non è come infliggere schiavitù in una miniera di diamanti o scatenare una guerra civile
    e chiunque non capisca, meriterebbe ban e moderazione eterna! 😉

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    • Daniele says :

      E se poi mi degnassi di usare i verbi giusti… chiedo venia 😛

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    • Gaia Conventi says :

      Diciamo che è tutto molto standard. E poi ci sono quei “mio caro” che pare d’essere in un post di Giramenti. 😉
      Piccola parentesi sul buonismo e sui commenti anonimi: prendessi un euro ogni volta che un anonimo mi dà dell’idiota/illetterata/fascista/rosicona, destinerei il corposo malloppo alla mia pensione integrativa. 😀

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  2. minty77 says :

    I buoni – il commissario Habib e il giovane ispettore Sosso – parlano come mia nonna buonanima ed è tutto un mio caro e un caro lui.

    Ho avuto un’impressione molto simile leggendo un libro di Alexander McCall Smith (scozzese nato in Zimbabwe), uno di quelli dedicati alla madama Ramotswe, detective africana (per Panorama, “la Miss Marple del Botswana”…). Tutti i personaggi molto riguardosi, tutti molto cerimoniosi, tutti settati su una dinamica di pianissimo che, alla lunga, ti tira scemo! Sicuramente un libro super-rilassante, pure conciliante il sonno, ma, come giallo, piuttosto fallimentare.
    Ora, se non fosse che il duo Zimbabwe-Botswana non condivide neanche lo stesso emisfero col Mali, mi verrebbe da pensare che l’inghippo sia la lingua: forse un particolare modo cerimonioso insito nel linguaggio dei luoghi, che i nostri traduttori siano incapaci di rendere se non in modo lezioso e “nonnolibersco”?
    Ma, stante che tra Mali e Botswana, a spanne, passano più di 5000 chilometri, dubito fortemente che Konaté e McCall Smith parlino – o abbiano come riferimento culturale – la stessa lingua.
    Indi per cui… boh! Sarà una sorta di sonnolenza insita in tutto il continente africano? O_o

    (Per lo meno, lentezza a parte, nei libri di McCall Smith qualche bel paesaggio africano lo si legge ^^; )

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