“Spari nel buio. La letteratura contro il cinema italiano: settant’anni di stroncature memorabili” di Gian Piero Brunetta.

Potevo non lasciarmi tentare da questo titolo? No, proprio non potevo, e infatti ho dovuto cercare il libro ovunque – non è più in catalogo, la roba bella sparisce sempre – per poi scovarlo finalmente su ebay. Il tizio non sapeva cosa mi stava vendendo, l’avesse immaginato mi avrebbe chiesto uno sproposito. E invece…

Invece con qualche euro ho piazzato questo bel tomo sul comodino, e non è rimasto a poltrire lì tanto a lungo. E mentre altri testi devono sottostare a una certa trafila – un occhio distratto alla quarta, leggiucchio qualche pagina, rimetto a nanna il libro per assaggiarlo in seguito –, questo è stato cotto e mangiato in due nottate. Perché valeva le ore di sonno perse.

Secondo quanto riporta il sior Brunetta, «Di fronte a un autore cinematografico e a un film che presenta determinate caratteristiche stilistiche e tematiche, il letterato si sente sfidato ed entra in gioco cercando, con tutti i mezzi a sua disposizione, di annientarlo» (pagina 10). Metti non sia un caso se i cinepanettoni nessuno li stronca più, sparare alle salme è fin troppo semplice. E per quanto riguarda le motivazioni che l’hanno spinto a mettere insieme tutte queste cattivissime stroncature, eccolo ammettere che «Non è esente – nella decisione di perlustrare questa faccia particolare del sistema di rapporti tra la letteratura e il cinema – un po’ di nostalgia per un genere letterario scomparso, la stroncatura d’autore, in un’epoca in cui è sempre più difficile orientarsi e cogliere qualche giudizio personalizzato, capace di elevarsi dalla melassa precotta negli uffici stampa che si stende uniforme su tutta la stampa quotidiana e periodica» (pagina 11). Così si lamentava il sior Brunetta a metà degli anni Novanta, e noi sappiamo che poi è andata pure peggio.

Stupiscono i nomi dei talenti letterati che, usciti dal cinema – qui rigorosamente cinematografo –, hanno deciso di sviscerare meriti e demeriti di una pellicola, e in certi casi pure di fare baruffa. Ma è anche giusto ricordare che molti grandi nomi si sono lasciati irretire dalla nuova arte: «Verga, per esempio, denuncia subito la propria impotenza manipolatoria e affida il lavoro a un’amica, la contessa Dina di Sordevolo […]. Poco dopo si decide a collaborare anche lui alla redazione delle didascalie chiedendo però un silenzio assoluto. Verga si può considerare il più significativo esempio del letterato con la sindrome di Fantômas […]. Diverso l’atteggiamento di Gozzano che […] rivendica dal 1910 la piena paternità del suo lavoro per il cinema […]». Mentre in questa maniera «Capuana giudica gli effetti del travaso in corso della sua opera: «Pare che i miei affari si mettano discretamente. Il miracolo lo dovrò a San Cinematografo» […].
Ecco Pirandello in una lettera a Nino Martoglio — poeta e scrittore, ma anche regista e sceneggiatore — del 5 novembre 1914: «[…] Sono disperato per 500 lire che mi urgono per bisogni immediati e non so come e dove trovare. Potresti procurare di farmele avere per un lavoro che potrei fare subito a richiesta?». E ancora: «Tra gli scrittori è però D’Annunzio quello che entra nel film con un peso specifico superiore a tutti e, pur offrendo prestazioni minime, non muta di stato anzi acquisisce, usurpandolo, il ruolo di autore di Cabiria, di cui si attribuisce l’intera paternità» (pagine 21 e 22). Mentre Montale sbrigativamente considera il cinema una «fonte inevitabile di prostituzione e delinquenza» (pagina 27). Ma il sior Brunetta chiarisce che «Ancor oggi non sono pochi gli scrittori che si fanno vanto di non aver mai consentito l’accesso di un televisore in casa (il fenomeno è felicemente parodiato nel secondo episodio di Caro Diario di Nanni Moretti). Dal momento che questa specie è tutt’altro che in via d’estinzione varrebbe la pena di studiarla con gli stessi strumenti antropologici con cui Mauss e Levy-Strauss hanno studiato il pensiero primitivo» (pagina 31).
Per quanto riguarda i felici trascorsi degli intellettuali nel circo della stroncatura filmica: «Nella storia della critica cinematografica Moravia ha raggiunto almeno un paio di primati: di durata all’interno di un solo giornale – nessun altro titolare ha retto come lui per più di trentacinque anni la stessa rubrica – e di isolamento totale dalla specie con cui ha condiviso il cammino» (pagina 34). Era uno che non faceva comunella, e nemmeno faceva sconti.

Ecco, direi che qui abbiamo diverse cosette da mandar giù prima di darci ai piatti – qualcuno decisamente gustoso, qualche altro un tantino banalotto, alcuni indigeribili per la troppa fuffa – che compongono la bella scorpacciata di cattiverie. Il pasto inizia con Antonio Gramsci – cazzo, ho detto Gramsci! – che nel ’17 parla di sesso – oplà! – e trova che Lyda Borelli sia «un pezzo di umanità preistorica, primordiale».

Lyda Borelli

In effetti dirla un pezzo di gnocca sarebbe stato azzardato. Ma è la divina Borelli! Sì, lo so, ma aveva delle occhiaie da fare invidia alla Magnani.

Nel ’24 Alberto Savinio – fratello del pittore Giorgio de Chirico, tanto per capirci – si lamentava della pochezza del cinema italiano. Nel 1924. Ecco, bene. Cinque anni dopo Luigi Pirandello sfotte il sonoro nei film. I film parlati potranno mai sostituire il teatro? Ma nemmeno per sogno, ma siori miei, ma siamo impazziti? La gente si stancherà presto di un teatrino in differita! Ok, avanti il prossimo: nel ’32 Mario Pannunzio trova che «la puntualità e il ritmo crescente con cui, nel momento attuale, i film italiani invadono le sale cinematografiche delle nostre città, diffondono l’idiozia, il cattivo gusto, la cafoneria vestita a festa […]» (pagina 57). E i Vanzina non erano ancora nati.
E poi, meraviglie delle meraviglie, nel 1933 Antonio Baldini scrive un pezzo per Scenario, una roba talmente bella che ho pensato valesse la pena proporvela per intero. Spero che l’editore non perda il sonno per così poco.

Ok, vediamo di creare l’atmosfera: cuccatevi brevemente la pellicola in questione…

Perfetto. Adesso scaricate il pdf Ma l’amor mio non muore – Antonio Baldini e leggetelo con calma: ecco cosa accadeva nel ’33 riguardando un successo cinematografico della divina Borelli — ancora lei — uscito nelle sale nel 1913.

È datata ’33 anche la recensione di Leo Longanesi che definisce «Il film italiano […] una serie di cartoline patinate, messe in fila». Tanto che «Assistere alla proiezione di una pellicola nazionale è come sfogliare l’album di fotografie di un villeggiante nostalgico» (pagina 71). Longanesi trovava «I nostri attori drammatici […] troppo dannunziani per poter agire in un film: un film richiede gesti disinvolti e naturali» (pagina 72). Se questo ancora non bastasse, secondo Longanesi «Il film italiano è morto verso la fine del 1913: dal ’13 al ’22 si è sfruttata un’industria: dal ’22 ad oggi si sono perduti inutilmente dei quattrini» (pagina 76). Davvero rincuorante!
Siamo ancora nel 1933, stavolta con Giovanni Comisso: «Esiste in Italia un falso modo di vestire, di camminare, di gestire, di cantare, di baciare ecc., messo in voga dalle nostre case cinematografiche» (pagina 81). Saltiamo qualche fetentissima stroncatura o facciamo notte. Catapultiamoci allora nel ’35, con Mino Maccari: «Non si può negare che il cinema risponde a un diffuso, inconfessato ma evidente bisogno di poltroneria. Esso completa la serie delle macchine che si sostituiscono all’azione diretta dell’uomo, e ne inchiodano le natiche su una poltrona. Mai il mondo è stato tanto a sedere come oggi» (pagina 91). Un oggi che era l’oggi del 1935, ribadiamolo.

Saltiamo la recensione di Giuseppe Ungaretti del 1937, è da sbadigli. Veniamo ad Alberto Savinio che nel 1940 definisce il cinema «arte senza impegno e che non lascia tracce» (pagina 101), difatti siamo qui a parlare del meteo. Salto salto salto… e salto anche Franco Fortini, forse il più soporifero del volume, fino a imbattermi nel gagliardissimo Ennio Flaiano: tra il ’49 e il ’51 ha demolito De Santis – «È chiaro che De Santis sa muovere la macchina da presa, ma quel che gli manca è forse la capacità di fermarla» (pagina 117) –, Visconti, Rossellini e Zavattini. Il piacere di sbeffeggiare Vittorio De Sica è toccato ad Aldo Palazzeschi nel 1951. Così ha fatto anche Corrado Alvaro con Lattuada l’anno successivo. Alberto Moravia, nel ’53, ha invece definito Totò «un clown fabbricato senza risparmio e, si direbbe, con precisa intenzione, dalla natura» (pagina 140).
Da qui in poi seguono sferzate al neorealismo, a Fellini e ai «falsi biografi del dopoguerra» – definizione di Moravia, era il 1962 –, ma il bello del volume è già passato: qui già la si buttava in politica e si sa che la politica è dura da gestire. E soprattutto non fa ridere. Non quando se ne dibatte usciti dal cinema. Ma la Nutella sarà di destra o di sinistra?, direi che citare Moretti potrebbe uccidermi ma almeno ho reso l’idea.
Di questa seconda parte salvo volentieri e anzi lo cito tra i migliori, il velenoso Alberto Arbasino – che parla di Antonioni definendolo permaloso e dunque intoccabile – e i botta e risposta di Oreste Del Buono coi lettori che gli danno del cretino. A Oreste Del Buono. Ah, be’, allora tocca farsene una ragione e accettare di buon grado che i commentatori anonimi facciano altrettanto nei miei confronti quando stronco qualche romanzetto. Potrò sempre dire d’avere qualcosa in comune con uno bravo davvero.

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Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

15 responses to ““Spari nel buio. La letteratura contro il cinema italiano: settant’anni di stroncature memorabili” di Gian Piero Brunetta.”

  1. Daniele says :

    Forse non è tipa da Giovedì… gnocche! (si chiamava così, la rubrica?) però quella donna, la Borelli, era piuttosto carina. Ha davvero tante occhiaie? Perché le mie, ormai, hanno ridefinito lo standard dal mio punto di vista 😛

    Riguardo ai letterati che stroncano, dopo aver costruito una macchina del tempo per impedire a Leopardi di nascere, andrei a zonzo a prendere quelli citati in questo libro per far vedere loro i film di oggi e chiedere un parere…
    Sono il troll dello spazio-tempo ^_^

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    • Gaia Conventi says :

      Be’, ecco, sulla Borelli la mia ormai l’ho detta: aveva le occhiaie. Le aveva anche la Magnani, già. Le ho pure io, e non mi sto mettendo nel terzetto per altri motivi. Che poi la divina Borelli fosse bella… ecco, come dire… Di certo aveva un viso interessante. L’aveva anche la Magnani, io no, ma io mi sistemo dall’altro lato della macchina fotografica e vado a caccia di visi che abbiano qualcosa da dire. Fotografare gente bella – un bel nasino, gli occhioni grandi, il labbro polputo… – riesce a tutti, l’impresa è far sembrare bella una sposa brutta nell’album di matrimonio. Ecco, lì si vede il professionista. Ma si vede pure quello che si ingegna in qualche modo. Vale per sposa e sposo, sia chiaro, non vorrei fare differenze. E ribadisco che il mio è un punto di vista fotografico, e in foto apprezzo rughe e occhiaie, a quel punto il bianco e nero esalta i difetti e i difetti si fanno pregi. Ma ho tutta una mia filosofia fotografica, la nutro da anni con migliaia di scatti.
      Venendo ai letterati che stroncavano – ormai non stroncano più -, il bello di questo libro è la sagacia con cui abbattono una pellicola. Ormai è andato perso anche quel modus operandi, forse da qualche parte abbiamo smarrito il gene dell’ironia. Ora è semplicemente astio. Faccenda che qui tento sempre di evitare, ma non è detto che ci riesca. Diciamo che faccio il possibile. 😉

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      • Daniele says :

        “Nn puoi skrivere 1 strnkatura, 1 si impegna tanto” direbbero fanboy e fangirl 😛
        Ora: io, a scuola, potevo anche impegnarmi, ma quando facevo uno schifo, venivo stroncato con un cesso di voto – e a differenza di certe stroncature da blog, non sempre avevo il beneficio di una spiegazione credibile (come quado presi un votaccio in un tema perché troppo breve O_o) perciò non capisco perché tutto debba essere un crimine di lesa maestà, per autori privi di autocritica e fan incapaci di fare la benché minima analisi.

        Tornando brevemente alla Borelli, dico sempre che la bellezza di un personaggio dello spettacolo la si può valutare davvero senza il trucco sul viso; non dico appena alzato dal letto, ma dopo la doccia del mattino, magari…

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        • Gaia Conventi says :

          Uhhh… l’impegno, mamma mia che mi tiri fuori… E poi gli addetti al “Non ti rendi conto che anche dietro una chiavica pubblicata c’è il lavoro di molta gente”. Ma anche il criticare l’editing alla razzo di rane: perdio, occorre badare alla sostanza! A cui vanno aggiunti i soggetti del “Io non capisco quelli che si accaniscono sui refusi”. A loro fanno degna compagnia i “Dici così perché non hai letto il testo in lingua originale”. Abbiamo gli editori che si lamentano di una stroncatura – non hai capito il libro, come ti permetti dopo averlo ricevuto gratis, stai sputtanando il lavoro dell’intera filiera, vergognati!, hai da ridire perché abbiamo scartato un tuo manoscritto (o per altri millemillanta motivi personali, uno lo si scova sempre). Ci sono gli autori che “Stai a rosica’!”, ma ci sono anche quelli che si sentono incompresi. O quelli che “Guarda che mi hai stroncato il libro ma mica era uscito a pagamento!”, come se non ci fossero altri motivi per non apprezzare un testo. Ci sono gli autori amici degli amici, amici dei nemici e via di santa comunella comunitaria: stronchi me perché sono amico di, incensi lui perché se la fa con. Non se ne esce, nemmeno a riportare pari pari i passaggi che creano perplessità in chi legge. L’unico modo per sopravvivere è FREGARSENE. Degli autori, degli editori e dell’editoria in generale. Insomma, se si ha un blog che parla di libri occorre decidere da che parte stare. Ho scelto da tempo di stare dalla parte dei lettori, l’editoria se ne farà certamente una ragione. Io me la sono fatta da anni. 😀

          Ritornando alle occhiaie, il bello di un personaggio – e in generale di una persona – non sta in quelle. Poco ma sicuro. Nell’averne o nel non averne. E poi la bellezza è transitoria, non bisognerebbe puntarci troppo. A me piacciono le persone che pongono domande, essere bellissimi è già una risposta. Le risposte pronte sono troppo comode per la mia macchina fotografica. 😉

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  2. mosco says :

    Le facce belle sono facce interessanti, sulle quali si legge una storia. O almeno, si legge qualcosa 😀
    Poi non le pubblico per discrezione, mica tutti capirebbero che sono lì perché sono belli.

    PS: adoro le stroncature ragionate. Se poi c’è anche un po’ di sarcasmo, godo.

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    • Gaia Conventi says :

      Sui campi di gara non ho mai avuto problemi, anche calcolando le mie didascalie alle foto. Fotografo moltissimi visi, e di certo quelli interessanti li fotografo più spesso. Non sono i più belli, così come non do priorità ai tiratori più atletici, più giovani, meglio piazzati in classifica. Diciamo che il mio zoom – fa tutto lui – è attirato dalle persone che mi creano qualche curiosità. Per il taglio d’occhi, per la barba curatissima, per un tatuaggio… Non importa cosa sia, ma quella caratteristica intende raccontarmi qualcosa e la mia macchina fotografica lo sa. Perché, come è noto a chiunque faccia foto in mezzo a una folla di gente in movimento, l’occhio arriva al mirino prima che la testa abbia pensato che quel tale, che quella signorina, che quella situazione… Il colpo d’occhio va dove decide. Lui. Da solo. Se l’occhio è allenato – anche nella fotografia occorre fare una certa palestra, noi che fotografiamo spesso ne siamo consapevoli -, è difficile sbagliare bersaglio. Le persone belle e bellissime le lascio ai fotografi di glamour, a me piace raccontare delle storie. Anche quando fotografo. Non dico si debba fare così, non credo esista una regola. Ma la mia è questa, tutto qui.

      *Le stroncature ragionate, che l’autore stroncato lo capisca oppure no, sono una bella faticaccia. Vanno meditate, curate, stese e ristese come una millefoglie. 😀

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      • mosco says :

        Ti confido un segreto, ma non raccontarlo in giro mi raccomando! 😀 il mio zoom è attratto anche dai piedi. Spesso, molto spesso, raccontano più storie delle facce. Piedi e scarpe (calzate, nei negozi mi interessano solo gli scarponi) sono un mondo molto interessante e variegato.
        Anche quelle, non ho il coraggio di farci un album, chi le dovesse guardare mi manderebbe al TSO.

        PS: saranno anche una faticaccia, ma chi le legge si diverte un bel po’. (io anche a scriverle, ma sono, di solito, al massimo 20 righe. Ragionate, ma ragionare per 20 righe cela faccio pure io :D)

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  3. mosco says :

    e a proposito di “Ma anche il criticare l’editing alla razzo di rane: perdio, occorre badare alla sostanza! A cui vanno aggiunti i soggetti del “Io non capisco quelli che si accaniscono sui refusi”: porca puzzola, sto leggendo un Adelphi da 29 Euri. Pare molto molto interessante, ma a pagina 17 trovo (parlano di un virus): “… i pestiferi moscerini […] non sono attivi a settembre, mese dalle temperature più fresche. Dunque l’AHS centrava poco”. Centrava. Eh già.

    Se trovo anche un “piuttosto” lo rimando all’Adelphi e richiedo i soldi.

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    • Gaia Conventi says :

      Centrava. Ok, spigolo! 😉

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    • Daniele says :

      I refusi son sempre fastidiosi, ma il vero problema c’è quando sono la norma – per esempio, due o tre in ogni pagina: per me è la differenza tra errore e sciatteria >_<

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      • mosco says :

        due o tre refusi per pagina destinano il libro alla stufa già a pagina 3: non ho la tua pazienza o comprensione. 2-3 per libro ci possono stare, 20-30 no. Se io lavorassi così mi avrebbero cacciata a calci da un pezzo.

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        • Daniele says :

          Non sono particolarmente paziente, anche perché tendo a notare i refusi da distratto… ma ho una pazienza fluttuante in base a tanti motivi 😛
          Comunque, dieci in un libro dà fastidio (il mio punto di non ritorno) e lo tollero solo se la storia è bella.

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  4. minty77 says :

    Impressioni a caldo leggendo l’articolo:
    – Baldini aveva un’adorazione schietta per la Borelli
    – Quello che dice del film è assolutamente vero. Mi sono bastati quei primi 12 minuti di video (alla fine dei quali ho scoperto con orrore che ce ne sarebbero altre 5 parti!), interminabili, per trovarmi d’accordo con le critiche prettamente tecniche che muove alla pellicola: perché gli attori recitano in fondo alla scena, quasi invisibili? Perché non ci sono primi piani? Certo, il film è del 1913, bisogna dargli atto che ai tempi la tecnica non fosse ancora “sgamatissima”, ma questo è innegabilmente un film che si limita a essere un “teatro in differita”, o poco più, con la telecamera piazzata là dove sarebbero le prime file di poltrone degli spettatori… Indigeribile, oggi come nel ’33, temo!

    Insomma, per dire: i letterati avranno pure stroncato il cinema in modo poco lungimirante, a volte, e con effetti, a posteriori, esilaranti. Ma non so dar torto a Baldini, francamente ;D

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