Un pomeriggio in sala d’aspetto. E uscirne vivi.

Ogni sei mesi tocca fare il tagliando, che per me è andare dal mio medico di base per un autografo sulle ricette che mi garantiranno la salute per i sei mesi successivi. Una sorta di prova da superare per garantirmi l’immortalità.

Esco di casa alle 15, alle 15.06 sono dal medico – ho la gamba buona – e il turno pomeridiano per malati temporanei e spacciati cronici comincia alle 16. Alle 15.06 ho cinque persone davanti, e devono fare soltanto ricette. Il turno infatti è un trittico di ricette-visite-ricette, quando arriva il medico chiede chi sia l’ultimo da tagliando semplice: a quel punto il Big Ban dice stop e le ricette successive passeranno in coda alle visite. Che è un po’ come arrivare sull’Everest e dover tornare indietro perché è ora di cena.
Scopro con mio sommo sgomento che le cinque persone che mi allontanano dalla meta sono in realtà sei, uno era fuori a fare da palo. Scopro poco dopo – e mi sento meglio – che il sesto malcapitato è il primo in coda per le visite. Fingo indifferenza, saltello sul posto, trattengo a stento il gesto dell’ombrello. Continuo poi a saltellare perché il termo è appena tiepido e in sala d’aspetto non ci avrebbe alloggiato nemmeno il Bambin Gesù: troppo freddo. In compenso non mancano le bestie.

Tra i tizi in coda al mio arrivo c’è una quarantenne col cane in braccio, entrambi alloggiano nella seggiola più vicina alla porta. Roba da morire di polmonite, adesso capisco a che le serve il cane sulle ginocchia: le fa da plaid. C’è poi un tale che chiede continuamente alla signora che gli siede accanto che cavolo ci sia venuto a fare lì, i due non si conoscono. Per fortuna lui stringe in pugno una lista che recita “ricette”, la signora glielo fa presente ogni cinque minuti. Su sua specifica richiesta. Non so dirvi se poi sia riuscito a tornare a casa e se la casa fosse quella giusta.
Dopo qualche tempo entra una badante straniera con un cappellino anni Venti, e forse era davvero vintage, e a farle ombra un tizio col soprabito. Sembrava uscito da una serie poliziesca tedesca, dove – ci avete mai fatto caso? – è tutto beige. Beige le facce degli attori, beige gli abiti, beige gli interni, beige i panorami. Bene, il tale era beige. Unica nota di colore i simil Ray-Ban che non ha mai tolto. E in quella sala d’aspetto è buio anche con le luci accese.

Conto nuovamente chi mi precede e scopro che sono ridiventati sei, la signora prima di me ha il marito a scomparsa. Entra ed esce a intervalli regolari, così almeno il cane in braccio alla padrona è sicuro di buscarsi un malanno. Entra ed esce ribadendo che sua moglie fa la fila per due, cosa che gli garantisce uno speciale premio simpatia. Nel frattempo in sala d’aspetto abbiamo terminato le sedie e il marito a scomparsa comincia una pantomima sulle nuove generazioni: non hanno rispetto per niente e per nessuno, non riconoscono l’autorità e non stimano gli anziani. Entra una signora abbondantemente sopra gli ottanta – accompagnata dal figlio –, la signora è zoppa e con una vistosa benda sull’occhio. L’unica che si alza per lasciarle il posto sono io, il marito a scomparsa la smette alla svelta con la tiritera sui giovani e ribadisce che esce a prendere aria ma non esce dalla fila. Mi auguro venga investito dal camion della nettezza urbana ma non succede, quei maledetti non passano mai quando occorre.

Io intanto sono in piedi, accanto alla porta dell’ambulatorio – unico posto disponibile, c’è gente che staziona in mezzo alla sala, quelli seduti sono costretti a tenere diligentemente i piedi sotto le sedie –, leggo un libro e di tanto in tanto alzo gli occhi per controllare che siano tutti vivi. Il primo signore in fila per le ricette continua a dire d’essere il primo signore in fila per le ricette, avessi un pennarello glielo scriverei in fronte così da evitargli il disturbo di dirlo in loop.
Arriva la dottoressa, sono le 16.05, in quei cinque minuti si è scatenato l’inferno. È in ritardo, aiuto!, le cavallette, l’ebola, l’autovelox… Ma lei arriva ed è febbricitante. Ha la febbre ma deve sostituire il collega a casa con la febbre, e così si spiega il caravanserraglio di gente in attesa d’essere guarita. Non bastavano i moribondi autorizzati, abbiamo anche quelli in prestito.
Nel frattempo il marito a scomparsa è ricomparso, il beige si è messo in un angolo e guarda tutti con aria di sfida – occhiali da sole ben saldi sul naso –, lo smemorato chiede se tocca a lui – a fasi alterne, altrimenti chiede perché è venuto lì –, la padrona del cane spiega che il cane è intelligentissimo – e non mi spiego perché le abbia fatto da plaid per due ore, un cane più furbo avrebbe preteso d’essere piazzato in una zona meno arieggiata – e tutti gli altri si guardano in faccia sperando che qualcuno crepi e lasci il proprio posto in fila.

Tocca finalmente a me, porgo al medico la mia lista semestrale di ricette da fare. La porta dell’ambulatorio si può chiudere solo in caso di visita, per le ricette la privacy non occorre. Io porto la lista e sfodero un mutismo da spia navigata, roba da Berlino Est. Qualche minuto dopo posso finalmente andarmene, ma non prima d’essere sottoposta all’inquisizione: «Ehi, lei…». E lì mi sono girata con lo sguardo di chi ha giusto in mente di concimare il giardino col primo ceffo che incontra. «Lei non ha detto che era la prima in fila per le visite?». Lui è il beige, per interrogarmi si è tolto gli occhiali, fa la parte del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, contemporaneamente. Segno che i polizieschi tedeschi stanno cercando di risparmiare sul cast. Per fortuna – evitandomi un salto alla gola del beige, che mi ritiene una furbacchiona che frega posti in coda – la signora che prima sedeva accanto a me – prima che io cedessi il posto alla nonna di Snake Plissken – si fa avanti e confessa che no, era stata lei a parlare. Cosa strana, del resto. Abbiamo passato mezz’ora vicine vicine e mi stavo chiedendo se parlasse da sola, poi ho capito che il suo audio è abitualmente settato su “solo vibrazione”. Ma in quel momento, quando già i titoli di coda erano pronti a farsi un giro sullo schermo, ha usato un tono di voce udibile non soltanto ai pipistrelli, facendo fare una figura di merda al beige.
Lui ha incassato – da incazzato – e si è vagamente scusato, ha inforcato nuovamente gli occhiali e ha avuto salva la vita. Ma solo perché avevo una certa fretta di lasciare il teatrino del Muppet Show.

Se ne riparla tra sei mesi, quando avrò raccolto abbastanza punti pazienza per partecipare nuovamente a questo reality in sala d’aspetto.

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Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

18 responses to “Un pomeriggio in sala d’aspetto. E uscirne vivi.”

  1. sandra says :

    Ne avrei da raccontare. A questo giro d’influenza ho lasciato un messaggio in segreteria alle 7 del mattino: ho bisogno il protocollo per la malattia (se si lavora tocca sta grana) ma non intendo venire lì ad aspettare 3 ore (non è un modo di dire, è capitato) con le vecchiette che mi sparano addosso il loro virus (e le loro cazzate l’ho omesso) dica lei cosa posso fare. Morale mi ha fatto andare un quarto d’ora prima che aprisse lo studio, io e il solito rappresentante del farmaco.

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  2. Daniele says :

    Il tuo medico è poco organizzato, direi :^?
    Il mio ha una segretaria che raccoglie le richieste di ricette sia al telefono che live, poi te le vai a ritirare senza fare megafile.

    A parte l’orrore del fatto che è una storia di vita vissuta (odio in particolar modo i pazienti del tipo “palo” e quelli a “scomparsa”. Spero di non diventare mai quello smemorato, poverino lui) il resoconto della disavventura è divertente XD

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    • Gaia Conventi says :

      L’organizzazione svizzera non abita da queste parti. Se qualcuno si permette di telefonare al medico, in sala d’aspetto la contestazione si anima e anche i moribondi trovano il fiato per dire che chi non soffre in compagnia è un ladro o una spia.
      Quando si entra – finalmente – nell’ambulatorio, non è raro essere messi a parte di un grande complotto: metà dei pazienti del giorno erano pazienti poco pazienti anche la settimana prima. Insomma, qualcuno è un frequentatore abituale della sala d’aspetto.
      Io vado dal medico con scarsa assiduità ma ogni volta sembra una farsa. Viene da pensare che chi ci va spesso lo faccia proprio per questo motivo: è meglio della televisione. 😀

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    • sandra says :

      Ciao Daniele! Il mio medico la segretaria non ce l’ha perché è tirchio, per cui è un macello.

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      • Daniele says :

        Ciao Sandra 🙂
        In teoria guadagnano pure bene, i medici… il sistema con segretario o segretaria aiuta molto, rende i pazienti più… pazienti!

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  3. minty77 says :

    Io ho una fortuna sfacciata: il nostro medico di famiglia coincide con la moglie di mio zio, nonché madre dei miei cugini. In pratica, non faccio una coda dal medico di base circa da 25 anni ^^;
    Guardo con terrore al giorno in cui lei si stuferà della professione pubblica e a me toccherà tornare a sopportare le vecchiette coi virus nelle sale d’attesa °_°
    Il tuo resoconto però è un capolavoro, Gaia! XD

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  4. newwhitebear says :

    ancora la fila per una ricetta? Il mio ha istituito due libroni numerati con le lettere dell’alfabeto. Su uno sta scritto RICETTA DA RICHIEDERE e sull’altro RICETTE EVASE. Deponi oggi e domani le trovi pronte.
    Pero il raccontino è piacevole da leggere. Sembra quasi una storia vera.
    O.T. ma sei messa così male per staccare il tagliando ogni sei mesi?

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  5. mosco says :

    azz, a me tocca giovedì prossimo. Spero di non entrare sana e uscire vecchiettata.

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