“D’argine al male” BLOG TOUR: 4° puntata, la trama (a modo mio)

[I termini in neretto sono cliccabili].

Tra tutti coloro che commenteranno sui cinque blog [Les Fleurs du mal, Pubblica Bettola, BlaBlaBook, Giramenti, Mind Spot] e sull’evento creato ad hoc dalla casa editrice verranno estratte a sorte tre copie in ebook e una cartacea del romanzo.

Nell’estremo lembo della provincia ferrarese, dove il Po incontra il mare, Giovanni e Iolanda, fratelli e nemici, devono patteggiare per sopravvivere. La loro casa è nascosta nella golena; lì accanto il cimitero. Il Po e l’Adriatico scandiscono ore e stagioni come le campane a morto segnano i giorni dei protagonisti. Lui con un passato di ricoveri psichiatrici, lei priva di uno scopo e intenzionata a trovarne uno. Morendo, la madre ha lasciato dietro di sé le macerie di un morboso attaccamento alla figlia e Giovanni ora può finalmente far scontare alla sorella anni di materne angherie. Ma non sarà questo a innescare il meccanismo che li porterà allo scontro, perché mentre Giovanni trama Iolanda agisce: rimasta senza la madre da accudire, l’anziana donna cerca una bambola a cui prestare attenzioni:Francesca, una bambola viva. Sarà lei a riportare a galla il marcio che cova nel passato di Giovanni e Iolanda. Divisi seppur inscindibili, ma nella vecchia casa non c’è spazio per entrambi.

Pubblicato da Le Mezzelane Casa Editrice
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D’argine al male è un noir padano, un gotico fluviale, una sorta di thriller dagli spunti horror. La vicenda si svolge a Goro, estremo lembo della provincia ferrarese, piccola località alla foce del Po.

L’ambientazione è reale e gli ambienti esistenti, anche il rapporto d’amore e odio col grande fiume rispecchia il sentimento di una popolazione costretta a fare i conti con le bizzarrie delle correnti fluviali. Il Po prende e dà, e chi decide di porre fine alla propria esistenza vi si affida, certo che i gorghi faranno il loro dovere.
La località di Goro, per anni difficilmente raggiungibile dalla terraferma ha ben poco da spartire con la provincia a cui appartiene, diversi il dialetto e i trascorsi storici. Per me che ci sono nata è quasi un attestato d’appartenenza alla pirateria.

Del resto, come racconto spesso, un mio trisavolo venne ingabbiato nel carcere mandamentale di Comacchio perché accusato d’essere un assalitore di bastimenti.

I personaggi principali di D’argine al male vivono in una casa nascosta nella golena, accanto al cimitero locale. La campagna, bonificata fin dal Ventennio, è costellata di poderi che da sempre convivono col piccolo cimitero, sorto a fine Ottocento.

Col progressivo invecchiamento della popolazione, i morti hanno sottratto terra ai vivi e il cimitero è stato ampliato su quei terreni che una volta venivano coltivati.

L’ambiente e i dissidi familiari hanno plasmato la mente di Giovanni – il protagonista –, costringendolo a trascorrere la giovinezza in diversi istituti psichiatrici. Il romanzo racconta la sua esperienza all’ospedale psichiatrico infantile di Aguscello, struttura gestita dalle suore e chiusa negli anni Settanta. L’edificio è ancora in piedi e si dice ospiti i fantasmi di quei bambini. O così, almeno, piace pensare al web e ai programmi pseudoscientifici che trattano di spettri e presenze occulte.

La madre di Giovanni ne attende il ritorno, pur preferendogli Iolanda, sua sorella. Il fratello ne soffre ma non sa come porre rimedio a questa evidente stortura. Da qui i conflitti con Iolanda e i tremendi dispetti che la bambina è costretta a subire.

Il padre è scomparso ed è vietato parlare di lui, eppure saranno proprio le schede di primo soccorso – nascoste nel suo borsone da lavoro – ad aiutare Iolanda a fermare l’emorragia di Francesca: la ragazza bambola che Iolanda si è procurata dopo la morte della madre. Iolanda ha bisogno di qualcuno da accudire, è questo l’unico motivo per cui è stata concepita. La madre, non volendo ricevere assistenza dal figlio maschio, ha preteso da Iolanda una totale dedizione. Alla sua morte, però, la figlia vede svanire il proprio ruolo e vaga per la casa, orfana anche di uno scopo.

La storia prende il via dall’amputazione del piede di Francesca – la ragazza bambola –, rea d’aver tentato la fuga. La mutilazione avviene nella legnaia dove molti anni prima Giovanni deturpava le bambole della sorella. A lui non era consentito giocare perché colpevole d’essere nato maschio e solo crescendo si è dimostrato in qualche modo utile al meccanismo familiare che la madre ha inteso creare: l’unico apporto che gli viene richiesto è confezionare le esche per i topi che invadono la cantina. Topi che sembrano non morire mai.

Alla sorella è proibito uscire ed è Giovanni a occuparsi del sostentamento della famiglia, grazie al lavoro che l’USL gli ha procurato: Giovanni è incaricato dal Comune di aprire e chiudere il cancello del cimitero agli orari stabiliti. Attività che svolge con abnegazione, la stessa che Iolanda impiega nel seguire, alla finestra, i cortei funebri che vede sfilare lungo la strada sull’argine.
Attraverso le esperienze e i pensieri di Giovanni, raccontati a Iolanda come spezzoni di una pellicola, anche la sorella è convinta di vivere e conoscere. Eppure lei da casa non è mai uscita, non può farlo.

E il resto dovrete scoprirlo da soli, se vi va, leggendo D’argine al male.

[Le foto d’epoca sono tratte dal diario Facebook di Rino Conventi, che ringrazio].
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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

2 responses to ““D’argine al male” BLOG TOUR: 4° puntata, la trama (a modo mio)”

  1. annamariamarconicchio says :

    Una recensione accattivante per un romanzo che intriga. Complimenti

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  2. Moreno says :

    Letto e goduto fino all’ ultima riga!
    Non mi ricordo se l’ho già detto… grande Gaia!

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