Hit Show 2018, il giornalista ci tratta come pazzi pericolosi ma gli vogliamo bene lo stesso

Ancora una volta mi faccio carico – ne sono lieta, sia chiaro – dei dubbi espressi sui social da più di un tiratore: perché i giornalisti non sanno eppure sproloquiano? Verrebbe da dire che è il loro mestiere, vengono pagati per mandare in redazione tot parole ad articolo. In redazione ne sanno quanto il giornalista e quindi non si avvedono delle cantonate prese. Forse in certi casi occorrerebbe almeno la supervisione di un giornalista sportivo, ma va bene pure una signora nessuno come me, che almeno il mondo del tiro lo vede. Lo frequenta. Lo fotografa.

Eccomi quindi a dire a Ernesto Milanesi, in forze a Il Manifesto, che il suo articolo denota livore e scarsa conoscenza dell’argomento. È la prima cosa che impari sulla tua pelle quando scrivi: se non sai si nota. Dunque andiamo con ordine e facciamogli presente gli scivoloni. La prossima volta ci starà più attento.

Mi perdoni, gentile giornalista, di chi sarebbe il discorso diretto che riporta nel titolone? Sta usando le caporali, dunque chi è a chiedere a gran voce le armi? Sarà mica una cosa che ha ipotizzato al calduccio del suo tinello? Suvvia, gentile giornalista, prenda una tisanina e si metta tranquillo: ha immaginato un covo di pericolosi soggetti ma era soltanto una fiera. C’erano famiglie intere, prova provata che non stava succedendo nulla di terrificante.

Secondo il sottotitolo del suo pezzo, A Vicenza la fiera di «Hit Show» celebra la «sicurezza» nella fondina, le mimetiche di padri e figli tra colpi in canna, West post-moderno e il «divertente» gioco al bersaglio mobile. Mi sfugge come sia possibile avere colpi in canna in armi scariche, come il Veneto sia diventato il West – in fiera gli unici cavalli erano quelli dei pantaloni –, ho visto dei cacciatori in mimetica, è vero, ma l’unico bambino in mimetica appare nella foto del suo articolo – più che una mimetica sembra abbigliamento comodo in felpetta garzata, ma immagino che per darsi ragione da soli tutto faccia brodo. Quello che proprio non riesco a comprendere è quel bersaglio mobile. Mi tocca quindi leggere il resto.

Sarà «ideologico» (come rimprovera l’addetto stampa al manifesto), tuttavia i bambini che impugnano le pistole in vetrina o i ragazzini abituati ai videogames che imbracciano un vero fucile non sono certo immagini edificanti. Anzi. Dimostrano l’ipocrisia degli amministratori pubblici, che da «buoni padri di famiglia» – per di più del Partito democratico – privilegiano il flusso di denaro sul richiamo morale, perfino della fede cattolica.
Le tolgo subito il pensiero: è certamente un fatto ideologico, ma lei lo sapeva, non faccia lo gnorri. Si figuri che da bambina giocavo a guardie e ladri. Non ho fatto il carabiniere e non sono finita in galera. In seguito ho imbracciato diversi fucili, tanti altri li ho fotografati, ho fatto il maneggio armi, ho ammazzato gente solo sulla carta: sono un romanziere e scrivo gialli. Di me, nonostante le tante ore passate sui campi di tiro, si potrà dire che salutavo sempre.

Ho sentito anch’io le lamentele rivolte al sindaco di Vicenza e come lei ho immaginato che i soldi portati dall’Hit Show facessero bene alle tasche del Comune. Sabato ho visto multare le auto parcheggiate in via della Chimica, accanto alla Fiera. Probabilmente il vigile lo faceva ridendo, erano i tank dei cattivoni, punirli è stato bello. Non dico abbia fatto male – le auto lì non ci dovevano stare, lo dice il cartello – ma immagino il sadico piacere: nelle casse comunali i soldini dei brutti ceffi in mimetica. Basterà a giustificare un sindaco del Partito Democratico che democraticamente ci lascia entrare in fiera, salvo poi dire che di quella fiera farebbe a meno? Non saprei, non faccio politica. Non faccio nemmeno il giornalista, è mestiere suo. Cerchi di farlo al meglio.

LA FIERA DI VICENZA ospita fino a domani – l’articolo è uscito online domenica 11 febbraio – Hit Show (Hunting, Individual Protection and Target Sports), la rassegna europea di armi di ogni genere. Non è il salone dell’industria bellica, ma Matteo Marzotto (vice presidente esecutivo di Ieg, la società che gestisce le esposizioni a Rimini e Vicenza) ammicca sorridente: «Dal 2014 mi considero un po’ il papà di Hit. Un business serio, non il mondo dei guerrafondai. L’arma è un prodotto come un altro: anche deterrente, ma strumento di svago e divertimento. Industria eccellente, come dimostrano le cifre economiche. Allora perché insistere con il termine detenzione di armi. Non è molto meglio… possesso».
Guardi, detenzione è terminologia specifica. Lo chieda a un carabiniere, a un poliziotto. Faccia una ricerca su Google. Si detiene un’arma poiché lo Stato – dopo averti pesato da nudo e da vestito – decide che sei una persona specchiata, hai la fedina immacolata, non sei un disgraziato, ti meriti una Licenza di trasporto di armi per uso sportivo. Roba che ti terrai molto cara: non guiderai se sei brillo, non prenderai a sberle nessuno, sarai un cittadino modello perché vuoi tenerti quella licenza che ti consente di praticare lo sport che ami. Per possedere un’arma basta comprarla, magari con matricola abrasa. È cosa differente, ne converrà anche lei.

Il consiglio comunale di Vicenza nella mozione approvata all’unanimità il 21 settembre aveva sollecitato che almeno ai minori fosse impedito di maneggiare le armi esposte. Niente da fare, come si nota fra gli stand.

Torniamo alla foto del suo articolo (è stata scattata da Carlo Vitelloni)…

È l’unica foto – io in fiera ne ho scattate parecchie – in cui un bimbo – che fortuna sia pure vestito in quel modo – sfiora un’arma. Secondo me l’avete cercato col lanternino, ho passato diverse ore in fiera e in tutti gli stand la consegna era “I minorenni non possono maneggiare armi”. Armi scariche, ovviamente. Quindi mi sembra strano che lei abbia visto quest’orda di bambini che si avventava su mitra e cannoni. Però, ehi, doveva essere un gran film!

DAVANTI AGLI INGRESSI 3 e 4 di via dell’Oreficeria già prima delle 9 si assiepa un piccolo esercito dotato di borsa gialla («Difendiamo le nostre tradizioni») offerta dai cacciatori della Confavi. I metal detector e le guardie giurate si rivelano un «tappo» micidiale: «Chiavi, cellulare, cintura come in aeroporto. Poi dentro sono esposti coltelli con la lama lunga così…» si sbotta in coda.
Ero in coda, non ho sentito sbottare nessuno. La gente stava in fila, faceva quattro chiacchiere, tutti disciplinati, nessuno spingeva. I coltelli con la lama lunga così non sono stati usati, stia tranquillo, all’Hit Show non ho mai assistito a scene violente. Nessuna rissa. Non ho mai sentito alzare la voce. Le dirò che prima del casello la nostra auto è stata tamponata, non ci siamo presi a male parole. C’è stato un civile scambio di numeri di telefono e l’augurio “Buona fiera!”. Ma lei queste cose non le può sapere, lei vede eserciti di bambini marciare spavaldi e armati. Chissà che cinema frequenta…

VICENZA CELEBRA IL TRIONFO della sicurezza nella fondina, del colpo in canna, del West post-moderno e del «divertente» shotgun («gioco» al bersaglio mobile). Espositori griffati dalla storia secolare, modelle superdotate, artigiani che personalizzano accessori, specialisti della caccia e federazioni sportive con Jessica Rossi (medaglia d’oro nel trap alle Olimpiadi di Londra) nel ruolo di testimonial. Al bar si ritrovano i gruppi partiti all’alba soprattutto da Emilia, Lombardia o Toscana.
Probabilmente io e lei eravamo piuttosto vicini, a saperlo mi venivo a presentare. Appena entrata mi sono infatti imbattuta in due gradevoli signorine – superdotate, abbia pazienza, mi fa tanto dotazione aggiuntiva – per nulla sguaiate. Avevano un completino aderente, cosa che accade anche al Motorshow a Bologna, tanto per dire.

C’erano certamente espositori rinomati, l’Italia produce armi eccelse, ci vinciamo pure un mucchio di premi. Lei lo ricorda citando Jessica Rossi, che però elenca dopo le modelle superdotate. Come dire che le donne a Hit Show ci vanno così o colà, in realtà ho visto molte signore accompagnare i mariti, molte signore arrivare in fiera in qualità di atlete, c’ero pure io che faccio il fotografo sportivo. Insomma, le donne vanno a Hit Show, ci vado pure io che non mi posso permettere la tutina aderente. E tutte queste presenze lei non le ha proprio notate.

Ma veniamo allo Shotgun, fantomatico tiro al bersaglio mobile. Lei lo sa – lo sa, vero? – che nello Shotgun è l’atleta a muoversi in un percorso tracciato e stabilito secondo le norme specifiche della disciplina sportiva. I bersagli si spostano solo in caso siano dei mover e anche così non fanno molta strada. Lo saprebbe se avesse assistito ai Mondiali di Shotgun che si sono tenuti ad Agna – quindi non troppo distanti da Vicenza – nel 2015. Ero là come fotografo, le giuro che i bersagli non se ne andavano a spasso.

LA VETRINA DI HIT 2018 accarezza il pelo sullo stomaco di vecchi e nuovi appassionati di armi. Suvvia, ce lo dica chiaramente che le facciamo schifo. Mi creda, non ce ne avremo a male, siamo abituati a certi sputi ideologici. Con un occhio di riguardo allo stile: asettico e professionale, come se l’estetica del grilletto fosse identica ai gioielli d’oreficeria. Eccola a immaginare che il tiro lo si possa fare con un cannone da coriandoli, poverino lei.

Come se una buona racchetta non contasse, come se i calciatori potessero giocare con un pallone di gomma da cinque euro, come se la bicicletta del record dell’ora avesse il cestino sul manubrio.

E i falconieri assicurano quel tocco naturale di fascino all’idea della caccia, quanto i 1.500 cani di razze da sempre addestrate a puntare e riportare la preda. Già, tutta roba per ingannare l’occhio. Noi che abbiamo il pelo sullo stomaco andiamo a caccia di individui. Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò. A fare i melodrammatici si rischia il ridicolo, glielo dice una che scrive gialli: passare dai fatti alla fuffa è un attimo.
Se proprio di «ideologia» bisogna parlare, a Vicenza in questi giorni si sta perfezionando l’operazione denunciata da Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia. In piena campagna elettorale, sono mobilitati i comitati che puntano a dar vita alla lobby di armi & sicurezza clonando in Italia la National Rifle Association americana.
Gentilissimo, stiamo solo tentando di praticare uno sport. Stiamo cercando un’anima pia che le spieghi che il tiro è pratica nobilissima, probabilmente lo deve fare qualcuno che sta su di uno scranno altissimo perché noi – qui in basso – le sembriamo tutti dei pecoroni.
Capisco che la tessera che tiene nel portafoglio – sopra il cuore, mi raccomando – le impedisce di vederci come suoi simili: persone che usano le armi a fini sportivi, gareggiano, a volte vincono. Più spesso fanno allenamenti e lunghe trasferte perché i campi di tiro dinamico sono pochi. Noi non giochiamo a calcetto, tanto per chiarire. Siamo persone come lei, soltanto un pochino meno biliose. Che sia lo sport che facciamo a darci pace e serenità?

C’è poi il «giallo» del censimento reale delle armi detenute in Italia. Evidenzia Giorgio Beretta, analista di Opal: «Sono dati statistici che restano un mistero. Forse perché rivelerebbero il costante decremento delle vendite di fucili da caccia a favore di pistole, carabine, fucili semi-automatici e a pompa altamente letali non tanto per scopi sportivi, ma per eventuale utilizzo difensivo?».
Mi perdoni, nessuno ha mai messo in conto che forse i tempi sono cambiati e la gente è meno interessata ad andare a caccia? E se nel frattempo gli ex cacciatori fossero diventati vegetariani? E se avessero deciso che misurarsi in un poligono è preferibile? Ha chiesto in giro o si è limitato ad assentire a quanto sostiene l’Opal perché è una versione che l’aggrada?

DA VICENZA, INSOMMA, si staglia il profilo dell’Italia in armi. Quella che sbandiera sicurezza, tricolore e difesa personale. E quella che fa tiro dinamico, IDPA e similari non la contempla? Pronta al salto definitivo: non più licenze di caccia o porto d’armi, ma puro e semplice «diritto a sparare». Non so come lei si permetta di decidere del destino altrui, posso solo immaginare sia un patentino che le concede il giornale per cui scrive.
Nessuno a Hit 2018 ha voglia di discutere la morìa di doppiette venatorie o sportive. Pochi conoscono a menadito la procedura amministrativa di questure e prefetture. La prego, la prossima volta faccia un salto allo stand della Federazione Italiana Tiro Dinamico Sportivo. Sapranno sorprenderla.

Tutti sembrano già pronti a entrare in una delle 1.200 armerie italiane come a Columbine in Colorado o a Sandy Hook nel Connecticut…
E qui, caro giornalista, dovrebbe essere querelato. Perché l’ideologia non può scusare tutto. Sa perché non le accadrà tale spiacevolezza? Perché chi va a Hit Show è abituato a queste uscite infelici, a queste offese gratuite. In fondo, gentile giornalista, noi la gente come lei la compatiamo. Grazie alla pazienza e alla disciplina che uno sport come il tiro insegnano giorno per giorno.

Se il prossimo anno vorrà tornare a Hit Show, sarò lieta d’accompagnarla tra gli stand. Gaia Conventi, mi contatti tramite Facebook, sarà un piacere mostrarle l’altro lato della medaglia. Quello di noi sportivi, noi brave persone. Vedrà che poi il mondo le sembrerà migliore.

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Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

11 responses to “Hit Show 2018, il giornalista ci tratta come pazzi pericolosi ma gli vogliamo bene lo stesso”

  1. Conte Gracula says :

    Credo di averlo scritto già in passato, ma praticando alcuni hobby che ogni tanto finiscono sotto il radar di certi sputasentenze (leggo fumetto, gioco ai videogiochi, pratico il gioco di ruolo etc.) posso solo dire che capisco quanto sia irritante sentire denigrare i tuoi interessi 😉 temo che una volta all’anno ti capiterà di scrivere un post del genere anche in futuro…

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  2. ombrader says :

    molto bello il tuo “articolo” in risposta a chi non sa o non vuole sapere, a chi ignora che esiste un mondo a parte, un mondo dove le armi sono viste come un attrezzo sportivo e amate e trattate con rispetto e in sicurezza…. un mondo di ignoranti là fuori…

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    • Gaia Conventi says :

      Secondo me occorre insistere, farci conoscere, uscire dai poligoni e dai campi di tiro. È tempo di articoli che non siano soltanto sulla stampa di settore. Avanti con gli uffici stampa! Serve gente preparata che risponda con fermezza e cortesia a chi non sa e a chi critica. 🙂

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  3. Francesco Kasta says :

    Grandioso articolo, Lei è straordinaria !!!

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  4. minty77 says :

    Ah, ma quindi non mi dire che quella “fiera delle armi dove i genitori hanno trascinato anche i bambini” di cui vanno tanto blaterando scandalizzati nei talk show da giorni, era la fiera dove voi del tiro dinamico andate a scegliervi le armi sportive ??? Ma pensa te, non me lo sarei mai immaginato! Da come la descrivevano, credevo un girone infernale popolato da neo-nazi e CialTron Heston a spaglio… XD

    Ti si legge sempre volentieri, Gaia! Ciao! 🙂

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    • Gaia Conventi says :

      Ciao tesoro, che bello risentirti! 😀
      Ebbene sì, è proprio la stessa fiera. La descrivono come un posto pericoloso, pieno di gente poco raccomandabile. Sarà che non sono mai stati a una riunione di condominio. 😉
      Un abbraccio!

      *sta per uscire il sequel di “Giallo di zucca” (e molto altro). Vi farò presto una sorpresa.

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  5. Giulio says :

    Brava, Brava, brava.

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