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“Rimini” di Pier Vittorio Tondelli.

Rutilante, scoppiettante, eccessivo. Come la copertina, dove la bocca della siurina sembra quella di DJ Super X della Superclassifica Show. Se non ricordate la palla di specchi parlante è perché siete troppo giovani e non starò a farvene una colpa.
Ecco, Rimini è figlio di quel periodo, gli anni Ottanta, e in riviera erano gli anni Ottanta alla loro massima potenza. E potenzialità. Il meglio e il peggio del decennio, a pagina 291 c’è pure la colonna sonora ideale. Col meglio e il peggio, appunto.

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“Crimini” a cura di Giancarlo De Cataldo.

Di un libro puoi dire bene, di un libro puoi dire male. Poi ti imbatti in una antologia e puoi fare entrambe le cose. Tutto sommato una bella fortuna, ora però mi tocca decidere se ficcarla tra i “Libri sì” o i “Libri no”. Scelgo di metterla tra i potabili per la sghignazzata iniziale, mia, assolutamente mia, e devo ringraziare il curatore Giancarlo De Cataldo che nella nota mi fa presente che i noiristi italiani «hanno percorso la propria strada ciascuno in perfetta autonomia e senza pagare dazio a scuole, accademie e conventicole letterarie che dir si voglia». Come barzelletta è seconda solo a “La legge è uguale per tutti”.

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“Romanzo criminale” di Giancarlo De Cataldo.

Romanzo criminale – lo dice il titolo, e pure il film omonimo di Michele Placido e la serie televisiva di Sky – parla di malavita. Anzi, di più: racconta l’escalation malavitosa della banda della Magliana, o se non fa proprio quello, ci si ispira parecchio. De Cataldo sceglie di darci dentro con lo slang borgataro, strategia che davvero non guasta. Certo se mi fossi lasciata impressionare dal «torace villoso» di pagina 13 e dal parto gemellare di «rattrappito» – due volte in poche righe, a pagina 21 – avrei scaraventato la brossura ben oltre l’orlo del comodino.

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“Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana” di Marco Cimmino.

Se a questo librone di ottocento pagine meno sbrisga vogliamo trovare un difetto, tocca dire che pesa quasi un chilo e leggerlo a letto rasenta il suicidio. Se poi lo si regge – e legge – finché non cascano gli occhi, si rischia la deviazione del setto nasale. Dunque vi invito a tenerne conto, perché è un libro piuttosto interessante, ma qualcuno direbbe che non lo è abbastanza da rimetterci il profilo.
Ovviamente tale ginnastica da polsi non ha fermato l’ingordigia libresca di cui soffro: una mano a reggere il volume, una a tenere il segno delle note a fine capitolo – leggete le note! –, matita in bocca, gatto dormiente sotto l’ascella destra… «Attention… trois, deux, un…» e pareva di stare a Giochi senza frontiere.

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