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RECEspiccia: “Storia della cocaina” di Steven B. Karch (trad. Luisa Iori)

Da leggere in tram per vedere di nascosto l’effetto che fa…

Una lettura che rientra a pieno titolo tra i “saggi da seggetta”, si imparano un sacco di notizie carine da snocciolare durante un dopocena.

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RECEspiccia: “Il centodelitti” di Giorgio Scerbanenco (con prefazione di Oreste Del Buono)

E Giramenti ci mette il bollino blu!

Se non avete mai letto Scerbanenco, cominciate da qui. Se avete già letto tutto di Scerbanenco, spero non vi sia sfuggita questa raccolta. Se non conoscete Scerbanenco ma avete un debole per i racconti, questi qui fanno al caso vostro. Insomma: un libro che proprio dovete far accomodare sulle vostre mensole. Diciamo poi che la copertina – eh, bei tempi… – è di quel genio di Fulvio Bianconi e a curare il volume ci ha pensato quell’altro mostro sacro di Oreste Del Buono: «Tra i molti inediti lasciati dalla straordinaria macchina per scrivere storie, ho scelto questi cento racconti che parlano di delitti grossi e piccoli, riusciti e mancati, umani e disumani, naturali e divini».
I racconti brevissimi sono una chicca tra le chicche, così belli da strappare tutte le volte un porcocane.

RECEspiccia: “Il grande mistero di Bow” di Israel Zangwill (trad. Ettore Franzi)

Il grande mistero di… boh: non avvince e non convince ma ha il fascino delle dive in disarmo.

Questo libercolo ha diverse particolarità, la prima è l’età anagrafica del testo: Israel Zangwill l’ha scritto nel 1891. La seconda è che si tratta di un giallo della camera chiusa, cinquant’anni – giusti giusti – dopo I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe. La terza caratteristica interessante è anche il mistero in questione, proprio come i fattacci della Rue Morgue, nasce a puntate e viene pubblicato in una rivista, altra faccenduola peculiare è che la rivista invitava i lettori a inviare per posta la soluzione del delitto. E qui anticipiamo la sfida al lettore di Ellery Queen. Ultima nota distintiva: l’umorismo. Si tratta di un giallo ricco di verve e battute, la difficoltà sta nel saperle cogliere.
Dunque, come anticipavo, non avvince e non convince il lettore di gialli più esigente ma sono certa saprà sedurre i lettori a caccia di rarità.

RECEspiccia: “Leggermente fuori fuoco”, testo e fotografie di Robert Capa. Intro di Richard Whelan, premessa di Cornell Capa, trad. Piero Berengo Gardin.

“Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino.” (Robert Capa).

Non so dirvi se sia più bello da leggere o da guardare, la prima edizione è del 1947 e in effetti la verve della narrazione ricorda certi film hollywoodiani di quel periodo.
Robert Capa, come tutti i miti, non ha avuto modo d’invecchiare. È campato con la spregiudicatezza del reporter di guerra, è stato uno sciupafemmine, un gran bevitore e uno dei più grandi fotografi al mondo. Il suo Leggermente fuori fuoco offre una visione piuttosto personale di cosa sia vivere e fotografare i conflitti. In questo caso il nome dell’editore – Contrasto, leader nelle pubblicazioni fotografiche – casca a fagiolo come sinonimo di lotta, e qui gli spari si sentono parecchio. Un libro splendido, e non importa che siate appassionati di fotografia. L’umorismo e la sagacia di Robert Capa sapranno conquistarvi anche se vi limitate a scattare con lo smartphone.

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