“Io vi vedo” di Simonetta Santamaria.

Il pistolotto iniziale lo potete saltare, è la parte dove spiego che conosco Simonetta e ho comunque deciso di recensirla. Sapete che succede raramente, stavolta capita perché Simonetta l’ho incontrata una volta soltanto – pur avendola da tempo tra i miei contatti Facebook – a Lomellina in giallo 2014.

Per fare una recensione onesta occorre tenersi lontani da amici e nemici, altrimenti si rende un pessimo servizio al lettore. Ebbene, state tranquilli, vi dirò la mia senza incorrere nel peccato di disonestà editoriale, il filtro flou – cosmetico fotografico per spose racchie – che fa di un libro un capolavoro – e vedi di ricambiare la mia rece, mi raccomando! – o di un romanzo una vera schifezza perché l’autore mi sta sul cazzo. Quindi pane al pane: ho finito di leggere il libro alle due e mezza di notte, prima di spegnere il lumino da morto ho lasciato un commento su Facebook. Era un commento positivo, perché questo libro si lascia leggere. Anzi, meglio, questo libro si fa azzannare.

Dopo le prime chiacchiere al Lomellina ho subito sospettato che la Simo potesse essere una guagliona di penna buona, me lo diceva la sua scarsa attitudine a prendersi troppo sul serio. Ci ho ripensato quando ci siamo salutate: Simonetta Santamaria ci ha tenuto a dirmi che lei non scrive di Napoli, non ne fa una lotta per salvare Napoli e men che meno per salvare il mondo. Lei scrive per intrattenere il lettore. Oh, grazie al cielo, ho beccato una scrittrice che scrive e si diverte a farlo! Non potete immaginare quanta gente abbia sparso in giro la voce che scrivere è un lavoro durissimo, una vera sofferenza. E non posso dire non sia complicato, ma in editoria – in questa editoria – gli eroi sono fuori posto. Se ne andassero anche fuori dalle balle.

Ma veniamo al romanzo di Simonetta: un noir, un thriller, un romanzo un po’ kinghiano con un pizzico di sovrannaturale. Insomma, una bella faccenda di trecentosessanta e passa pagine che mi sono cuccata in tre nottate. Facendo tardi, tardissimo, ma è dura mollare il libro sul comodino. Questo potrebbe voler dire qualcosa.

«Credo sia per tutta questa rabbia che mi porto dentro che ho lasciato la polizia. Sarei diventato un pericolo? Forse. Non sarebbe finita così, se avessimo trovato chi ha ucciso Lucia. Il mio più grande strazio, il mio più grande fallimento… Se smetterò di fare il poliziotto, smetterò anche di pensare come un poliziotto e resterò solo un padre che col tempo se ne farà una ragione» (pagina 33). In realtà, pur andando in pensione, Maurizio Campobasso – prima di questa e altre sfighe a capo del reparto investigativo anticrimine a Napoli – resta un “pulotto”. E lo resta tanto, pur diventando altro. Diventa un killer, un giustiziere, un padre che cerca chi gli ha ammazzato la figlia e chi ha accoppato quattro dei suoi colleghi.

Campobasso ha una particolarità, un danno che si porta in dote dopo quell’agguato: Campobasso è guercio. Eppure, proprio l’occhio che gli è stato strappato – e quando dico strappato… – gli farà scorgere la soluzione del mistero. Io vi vedo, o meglio, Campobasso li vede. Vede chi? Be’, dovete leggere il libro, spoilerare non sta bene.

Come Simonetta ha precisato nella sua presentazione a Lomellina in giallo, Napoli non è fondamentale e la vicenda non è soltanto napoletana. La storia potrebbe essere ambientata altrove, eppure Napoli se ne esce un po’ dappertutto, e in alcuni casi la Simo ha saputo dipingerla al meglio: «La luce che si spande sul golfo di Napoli prima dell’alba ha un che di esoterico. I colori si comportano come donne sdegnose e, pur non mostrando ancora la loro presenza, ne rivelano i tratti pennellando i riflessi argentei dell’acqua, inchiodando gli ammiratori a una lunga e inebriante attesa» (pagina 225).
In altri casi, invece, lo sguardo di Simonetta è disincantato: «La zona della ferrovia fa veramente paura, col buio. Anche d’estate. Piazza Garibaldi si spopola di turisti in transito per trasformarsi in un covo di torvi personaggi che si aggirano tra le varie rotonde, ognuno con le proprie peculiarità. È la fiera della varietà delinquenziale: c’è chi offre e chi prende, chi saltella e chi barcolla, chi fa a pugni e chi stramazza, chi dorme in una scatola di cartone e chi non dorme mai, chi piange la dura realtà e chi sogna strafatto di droga. In mezzo c’è solo una vita che deve arrivare a domani» (pagina 240). Perché Napoli, come ho imparato proprio da Simonetta durante le nostre chiacchiere, è fatta di scorci, stati d’animo, bellezza e crudeltà. Una faccenda complessa, che la Simo riesce a far trasparire nel romanzo.

Concludo dicendo che in Io vi vedo c’è pure un po’ di splatter, brandelli di carne sparsi in giro – oltre all’occhio perso –, qualche seduta di tortura, albanesi senza scrupoli e un gatto pensante. Insomma, un bel mix che vale al libro di Simonetta Santamaria il bollino blu di Giramenti.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

9 responses to ““Io vi vedo” di Simonetta Santamaria.”

  1. sandraellery says :

    Bollino blu di Giramenti: la nuova frontiera del successo non marchettaro! 😀
    Al corso che sto frequentando, narratologia pura ma credo faccia bene, basta poi filtrarla un po’, tipo ci ha dato come compito di scaricare un programma di scrittura, tale celtx o qualcosa del genere, non l’ho fatto, preferisco continuare coi miei metodi artigianali. Dicevo al corso l’insegnante ci ha messi in guardia contro la pratica di “far leggere un pezzo del proprio libro al vicino di casa, l’amico, la mamma, la zia etc.” non serve a nulla e fa danni. La fruizione di un testo influenzata dall’affetto produce un giudizio falsato. Bon. Direi che ci siamo.
    Intanto bravissima Simonetta!

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  2. Daniele says :

    Se si chiarisce che si è in buoni rapporti con l’autore che si recensisce, si è onesti – chi legge la recensione può sempre decidere di “calcolare la tara” in qualche modo. Specialmente se la recensione riporta degli estratti.
    Riguardo al far leggere ad amici i propri lavori… io ho più di un amico senza pietà che stronca le scemenze che scrivo sin dalla prima frase (tipo: troppe descrizioni, minchia che palle etc.) Perciò penso che dipenda da quanto son sinceri gli amici: magari non ne beccherai mille, ma almeno 2 su 10 – e poi anche io sono senza pietà, in questi casi ^ ^
    Magari, mi farei delle remore a smontarlo in rete o comunque in pubblico, piuttosto non ne parlerei – ma allora meglio non farmi domande…
    Ho cianciato pure troppo, buona giornata a tutti 🙂

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    • Gaia Conventi says :

      Occorre sempre essere onesti coi lettori. Lettori di libri, di blog, di entrambe le cose. 🙂
      Certo leggere e recensire il libro di un amico, rimanendo imparziali, non è mai semplice. In questo caso, come narra il pistolotto iniziale, mi sono sentita di poterlo fare. Ma è avvenimento davvero raro, perché è un passatempo che può portare casini. Poi, sia detto, ho fatto da beta reader per qualche manoscritto di amici molto cari e non mi sono risparmiata in critiche. Ma l’avevamo stabilito fin dall’inizio e se avessi tentennato – lesinando in taglia e cuci – l’amico se ne sarebbe reso conto.
      L’amico che mi manda un manoscritto in prima visione, e mi chiede cosa ne penso, sa d’essersi infilato in un pasticcio. Spero sempre che quel pasticcio possa poi portare a qualcosa di buono, solitamente succede. Ma i miei amici mi conoscono, sanno che sono una brutta bestia. Una bestiaccia che ama le belle storie, ben raccontate.

      Ciao Daniele, buona giornata a te.
      Sentirti è sempre un piacere.

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    • sandraellery says :

      E’ un confronto bello e mi piace leggere i pareri. Un altro limite è quello di far leggere solo una parte, che occhei se magari è atroce probabilmente lo sarà pure l’intero manoscritto, ma a volte ci si capisce poco proprio perchè è solo un pezzo. Comunque io ora devo proprio scappare al suddetto corso 😀 torno al ritorno, l’argomento non è male.

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  3. Simonetta Santamaria says :

    Che dire, innanzitutto grazie a Gaia e ai suoi Giramenti; sapere di potere essere recensiti sul suo blog è un bell’impegno con se stessi, bisogna essere consapevoli di non essere né Re, né Bestwiter altrimenti si rischia di restare spiaccicati contro l’iimagine di se stessi. Ha ragione Gaia, io non mi prendo mai troppo sul serio ma prendo questo mestiere come un atto di grande passione e devozione. E mi piace viaggare sopra le righe, cercare di offrire qualcosa di “diverso” dal solito anche se so che quel solito magari vende meglio. Ma che volete, io sono una tendenziale masochista col gusto delle sfide…
    E sono pienamente d’accordo con quello che l’insegnante a detto a Sandra sul fatto di non invadere il mondo (e i maroni altrui) con i propri testi perché nessuno, nessuno ci dirà mai che fanno pena. Lo scrittore è un mestiere autistico, gli unici che possono “sentire” se quella cosa suona bene o meno siamo noi. E l’eventuale l’editor che avrà la compiacenza (e gli strumenti professionali adatti) di rivedere il testo.
    Sono felice di esserci stata, grazie ancora, Gaia! 😀

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