“Come diventare uno scrittore di successo” di Marco Visinoni (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale, per non farsi mancare niente!).

Subito lo Strega! Devo digerire un libro…

La mia copia di Come diventare uno scrittore di successo ha una sua piccola storia. Rientra tra le letture del Reading Challenge 2016 del gruppo Facebook Ti consiglio un libro e va ad accontentare la categoria “Un libro che non avresti mai pensato di leggere”.

Va quasi a soddisfare anche – e lo fa perché questo è un gioco e voglio pigliarmi un mezzo punto per l’impegno dimostrato – la categoria “Un libro consigliato da un amico”, in realtà mi è stato regalato – mi è arrivato a casa per posta – da un collega di Bookcrossing. Nella busta c’era un biglietto: «Questo è un meta-librodemmerda che genera autori molesti del tipo: “impiegato presso: creatore di sogni”». Se poi, invece d’avere la categoria “Un libro il cui titolo inizia con la prima lettera del tuo nome”, avessimo preso in considerazione il cognome: be’, santa pazienza, un altro punticino non me l’avrebbe levato nessuno!
Vogliamo fare i fighi? Benissimo, allora lo includiamo anche in “Un libro non di narrativa” – qui ci sta tutto! DATEMI UN PUNTO FRAGOLA, subito! – e, ma proprio a spinta, in “Un libro ambientato nella tua città o regione” – Bologna poco dopo la premessa, Ferrara viene citata due volte a pagina 15 – e non posso non tenere conto di poterlo piazzare persino nel calderone delle biografie. In realtà autobiografie, qui l’autore assurge a esempio pratico. Insomma, per diventare uno scrittore di successo occorre fare come lui.
A conclusione della storiella – e ve ne sarete accorti subito se siete di quelli che trincano solo nel week-end –, questo libro si avvale di una recensione facciale, ché ho proprio deciso di complicarmi la vita. Ah, scordavo, ha pure la sfiga d’arrivare dopo la recensione di On Writing, testo affine e anche lui assai biografico. Però On Writing l’ha scritto Stephen King. Tenterò di non ricordarvelo ogni tre righe.

Bene, si parte. Giuro che non morderò. In fondo questo manuale vuole essere una lettura simpatica, sono io quella che ha riso per motivi differenti. Si sa che sono un po’ strana, e mica solo nella foto del post.
Eccomi allora a farvi presente che nella premessa – siamo a pagina 10 – viene subito chiarito che «un puro di cuore non sarà mai uno scrittore famoso, a meno che non sia figlio del presidente della Repubblica». Attenti che arriva il bello: il presidente della Repubblica che era «Giorgio Napolitano, all’epoca della stesura; se mentre leggi è deceduto scrivi pure il nuovo nome a penna qui accanto [seguono i puntini per poterlo fare]». Ora, Napolitano è vivo ma non è più presidente della Repubblica. Difatti c’è una certa differenza tra presidenti e papi, anche se ormai abbiamo stabilito che non occorre muoia un papa per farne un altro. Ok, io qui ho riso, resta da capire se fosse o meno una battuta volontaria. Me lo sono chiesta in più occasioni durante la lettura del manuale. E no, niente, non mi sono data una risposta. So soltanto che ridevo pur trovando il tono del tomo piuttosto antipatico. Anzi, a questo libercolo andrebbe il premio Tomo annotato 2016, sarà dura abbruttire – con note a margine – un altro libro più di quanto abbia fatto con questo.
Quindi, prima di proseguire, tenete presente l’assioma di pagina 11 e cercate di sghignazzare con ritegno: «Sto per diventare la tua bibbia, con la differenza che faccio ridere, peso meno e ti darò quello che sogni». Caro autore e cari voi che mi leggete, non c’è niente di più pericoloso del promettere risate perché si rischia d’alzare di parecchio l’asticella delle aspettative.

Dopo averci spiegato che «Pubblicare non conta niente» – il capitolo si chiama così e comincia a pagina 13 –, l’autore a pagina 22 si cita come esempio: pensava d’aver trovato la via buona per emergere e invece… Insomma, ve lo anticipavo, dopo aver recensito On Writing è proprio una sfiga mettere le mani su Come diventare uno scrittore di successo. È una di quelle cose che ti arrota il dentino avvelenato anche se tenti di restare più neutrale della Svizzera.
Ma dicevamo che «Pubblicare non significa arrivare in libreria», lo si evince dal capitolo omonimo (siamo a pagina 27). E quindi non vogliamo dare una dritta agli scrittori che in libreria vogliono finirci a ogni costo? Certamente sì, perbacco! L’autore consiglia di prendere qualche copia – di cui l’editore avrebbe dovuto omaggiarci, speriamo sia davvero capitato – da portare personalmente in libreria. «Si chiama conto-vendita, il tipo [il libraio] non ci rimette niente (a parte un piccolo spazio in vetrina), chiedilo fermamente ma ripetutamente […] se serve insisti sul fatto che sei un autore della zona» (pagina 29). Cari loro, non vorrei sciuparvi la giornata ma mi risulta che i librai siano assediati da simili richieste. Davvero, credetemi. E la vetrina non è cosa che si concede al primo arrivato che la chiede «fermamente ma ripetutamente».
Per esserne certa ho sottoposto il quesito a Elisa Eliselle Guidelli, autrice e libraia. Eliselle mi dice che il libraio lo spazio può anche dartelo – magari è meglio se lo chiedi con gentilezza, senza pretendere e soprattutto senza rompere i coglioni – ma il tuo libro è destinato a sparire in mezzo ai tanti libroidi spinti faziosamente dal teleschermo. Forse puoi obbligare un libraio a concederti spazio, ma non puoi obbligare la gente a comprare il tuo libro. C’è invece una cosa più intelligente da fare: chiedere al libraio di leggere il tuo libro ed eventualmente consigliarlo. Ma, citando Eliselle, «dev’essere DAVVERO un bel libro, altrimenti è una richiesta che ti torna indietro come un boomerang». Tenetene conto: si fa prima a perdere la faccia che a conquistare un libraio.
E a proposito dello spazio che al libraio non costa nulla concedervi: «Di solito gli spazi all’entrata (quelli in cui i libri sono esposti, e non ammassati) sono monopolizzati dai grandi editori», spiega l’autore a pagina 36. Resta quindi da capire come un libraio possa concedere uno spazio in vetrina – non all’entrata, in vetrina! – al primo scrittore che lo chiede «fermamente ma ripetutamente».

Se poi il trucco della transumanza autoriale in libreria non dovesse bastare (siamo a pagina 30), «il piano prevede l’entrata in scena di alcune persone […] che portino due copie del tuo libro nella loro libreria di fiducia chiedendo il favore di esporlo bene in vista in vetrina». E vi fate odiare anche dagli amici. Ma secondo l’autore non è affatto vero: «Non ti vergognare di chiedere questo favore. Gli amici veri saranno felici di aiutarti». Bene, perfetto!, li stai mettendo in imbarazzo. Qualcuno forse non se la sentirà di mostrarti dove suo nonno portava l’ombrello, ma altri ti leveranno volentieri il saluto.
Ma veniamo all’autopubblicazione: «[…] non sentirti sminuito solo perché ti sei autopubblicato» (pagina 33) e mi pare cosa giustissima. Ma ricordati che per quanto avere un editore alle spalle non voglia dire granché, non avercelo per niente potrebbe essere un problema. Soprattutto quando insisti col libraio per stare in vetrina. Il mondo è pieno d’autopubblicazioni demmerda, e non è detto che l’antico vaso da portare in salvo sia proprio il tuo libro.

A pagina 41 ci imbattiamo in qualcosa di davvero succoso: «Ecco una regola che dovresti scrivere su un post-it da appiccicare al computer: l’apparenza è tutto. Se un sufficiente numero di persone pensa che tu scrivi bene, tu scrivi bene. Se pensa che sei famoso, sei famoso. Non esistono criteri misurabili, è pura apparenza». A questo punto, fossi in voi, farei una prova. Tenendo presente che le recensioni spesso sono soltanto bidè editoriali – Tizio dice bene del libro di Tazio e Tazio in seguito ricambierà il favore –, che le fascette raccontano più balle di un venditore d’amuleti e che non sei famoso finché non campi di quello che scrivi: con tutta questa apparenza ci paghi le bollette? Se la risposta è no, possiamo anche raccontarci che sembrare famosi aiuta a diventare famosi, oppure possiamo dirci che ci fa sembrare ridicoli. Agli occhi di chi magna coi proventi di quello che scrive. E pure agli occhi dei lettori: «Gaia Conventi chi?».
Ma restiamo in tema di recensioni e di richieste d’attestati di stima. Ancora a pagina 41: «Non lesinare sull’acquisto copie […]. Parti da parenti e amici e chiedigli se conoscono qualcuno che lavora per un giornale o una rivista». Certo, chiedi ma senza insistere, o ti ritrovi a darti il buongiorno allo specchio, almeno quello risponde. Manda in avanscoperta la tua prozia, magari conosce chi recensisce i libri liturgici per il giornalino della parrocchia. Del resto, questo manuale ormai è «la tua bibbia»…
Poi, come raccomanda l’autore, vale la pena frequentare gli eventi letterari. E qui, cari loro, raggiungiamo livelli insperati: «Gli altri ragionano per simpatie. Sfrutta questa loro debolezza, fai l’esercizio di trovare del buono in tutti e vedrai che gli altri troveranno del buono in te» (pagina 45). Vado a spiegare quella che nelle mie note a margine ho chiamato la lauda del lecchino: occorre farsi amare da tutti, dunque occorre amare tutti. Per farsi amare da tutti bisogna spargere saliva, per farsi piacere tutti bisogna dirsi che quella saliva sarà la sciolina che ci condurrà al successo. Insomma, esattamente quello che io non faccio. Perché, datemi retta, un lecchino lo si sgama alla svelta. La gente non è scema, e non ama i leccaculo.
Arriviamo quindi alle presentazioni. Il manuale consiglia di farsi affiancare da qualcuno di più famoso. Che farà da nome di richiamo. Perciò verrà gente. Per lui, ma l’autore non ancora famoso – ma ci sta provando, poverino! – farà comunque figura nelle foto dell’evento. Dove presentare? In qualche locale durante l’aperitivo. Questa è una buonissima idea, la gente alticcia sopporta di tutto. Vale la pena approfittarne.

E finalmente eccoci alla fatidica pagina 65. Il biglietto che accompagnava Come diventare uno scrittore di successo la presentava così: «Pagina 65 per l’essenza del libro». Ovviamente è stata la prima cosa che sono andata a leggere. «Non importa se non hai ancora venduto una copia. Non vergognarti a dire che sei uno scrittore». Signore benedetto, è roba da Gennarino Coccolino Scrittore! Ora capisco perché il mio collega di Bookcrossing mi ha inviato questo dono, ha pensato fosse il caso di levare il libro dal circuito. Se cadesse nelle mani sbagliate potrebbe far fiorire decine e decine di “scrittore presso se stesso” su Facebook.
A proposito di Facebook e social network, l’autore del manuale si spende in prima persona – l’esempio da imitare per fare bene – per aiutarci a emergere online. Dobbiamo fare come lui, e lui fa così: una fanpage su Facebook, un evento «e con un clic inviti tutti i tuoi amici» (pagina 71) – anche quelli che stanno in Australia… per rompere i coglioni a livello mondiale – e, tanto per essere sicuri di venire ricordati e bannati, «Invia un messaggio a tutti i tuoi amici per dirgli che hai creato una pagina». E se non bastasse, l’autore consiglia di «Non limitarti a chiedergli di cliccare mipiace. Domanda anche – ai più volenterosi, almeno – di inviare loro stessi una mail ai propri amici per segnalargli la pagina di un amico scrittore» (pagina 73). A casa mia, così come a casa di tanta altra gente, si chiama spammare. Una roba che fanno in tanti, scrittori o meno, e che forse nel 2012 – anno d’uscita del libro – poteva sembrare una faccenda innovativa. Ribadisco il forse. Adesso siamo sommersi da questo tipo di pretese, quasi dovessimo fare da ufficio stampa – GRATIS – a chiunque lo chieda. Anzi, a chiunque lo pretenda. Datemi retta, non funziona. Forse non funzionava nemmeno nel 2012.

Seguono consigli su come usare Twitter – che pare essere assai più figo di Facebook – e l’autore ci spiega come ha scelto il proprio avatar, come ha furbescamente ideato la piccola bio in 140 caratteri – che però non parla di lui, hai capito che trovata! – e c’è pure l’immagine che riporta alcuni suoi tweet. Da prendere a modello, pure quelli. E ricordatevi di «NON twittare più di tre/quattro volte al giorno» (pagina 87). Sennò poi sembrate dei morti di fama, e voi non volete sembrarlo: voi volete esserlo ma con eleganza. Io l’ho capita più o meno così. Ma, dovessi sbagliarmi, l’autore aggiunge (pagina 88): «Se ancora non ti è chiaro seguimi su Twitter: non è pubblicità, è solo che sul campo si capisce meglio». Perfetto, uno di quegli inviti che spingono alla tanatosi. Gli opossum la sanno lunga.
Salto volentieri il resto, faccio solo presente che, a detta dell’autore (siamo a pagina 103, grazie al cielo!), «i manuali d’uso che trovi in libreria sono la cosa più pallosa dopo il campionato di calcio». Ecco, appunto. E ora si spiega perché Come diventare uno scrittore di successo finisce nella categoria “Un libro che non avresti mai pensato di leggere” del Reading Challenge 2016.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

20 responses to ““Come diventare uno scrittore di successo” di Marco Visinoni (per il Reading Challenge 2016 e con recensione facciale, per non farsi mancare niente!).”

  1. sandra says :

    A parte la totale inefficacia di tali consigli, il rischio è serio: non si diventa famosi ma si diventa parecchio antipatici. Sulla strategia di andare in libreria è una gran fatica spesso inutile, lo spazio in liberia è poco e basta sapere quanti libri escono ogni giorno per capire che no, lo spazio per tutti non c’è anche a rivolgersi alle realtà locali. Se poi lo si chiede ripetutamente, la porta in faccia è assicurata. Infine le copie gratuite che l’editore dà all’autore non so gli altri ma a me ne hanno date sempre pochine, non bastavano neppure per i parenti stretti, figurarsi per le librerie. Che balls sto libro.

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  2. Carlotta says :

    Cara Gaia, mi sono veramente goduta la tua recensione e avrei voluto che fosse più lunga e segnalasse così altre perle del Visinoni.
    Io ho da dire questo, a proposito dell’esigere fermamente ma ripetutamente da un libraio l’esposizione di un libro in vetrina…di un libro di un perfetto sconosciuto, intendo. Tale sono io, tu lo sai bene ma chi legge non si deve preoccupare: Carlotta è solo uno pseudonimo e quindi non sto tentando di farmi pubblicità. Bene. Io frequento una bella libreria in un centro commerciale da parecchi anni, al punto che ormai libraie e commessi mi chiamano per nome e se non ci vado con cadenza settimanale si preoccupano per me e temono che mi sia successo qualcosa. Per questo motivo, se io li pregassi di mettere in vetrina uno o più dei miei umili libercoli, magari lo farebbero pure, piazzando la mia oscura opera fra due megastrenne che tengono lì da un bel po’ di tempo: la biografia fotografica della regina Elisabetta e la storie delle locomotive a vapore degli inizi novecento, pure magnificamente illustrata. Bene. Visto i gran soldi che ho speso da loro in tutti questi anni e quelli che spenderò ( loro lo sanno benissimo) finchè morte non ci separi, non dovrei neppure insistere tanto fermamente e ripetutamente.Il mio librofinirebbe in vetrina.
    Immaginiamo però ora il mio libro schiacciato fra i due colossali vicini. Chi se lo filerebbe? Sarei costretta a mandare i più disponibili dei miei nipoti a comprarselo ( in questo caso la prozia sono io, anche se non frequento la parrocchia) ma esauriti i nipoti e qualche buona amica cosa succederebbe?
    Niente, succederebbe. Il nulla assoluto. Nessun editore importante passerebbe davanti alla vetrina e si mostrerebbe incuriosito dalla mia opera. Dirò di più. Nessun comune mortale. E del resto, siamo giusti: perchè qualcuno dovrebbe notare il libro di una sconosciuta mai sentita nominare? Il signor Visinoni è molto, molto ottimista…

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    • Gaia Conventi says :

      L’autore è certamente ottimista e occorre rendergliene merito. In caso questo ottimismo generasse “coccolinitudine”, cominceremo a seguirlo su Twitter. Con le peggiori intenzioni. 😉

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  3. sandra says :

    GAIAAAAA sto occupandomi or ora di un adempimento fiscale (tocca pur mangiare e pagarsi i libri) per TELESTENSE ti penso e cercherò di impegnarmi e non fare casini 😀

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  4. Alessandro Madeddu says :

    Non avevi le banconote del monopoli? 😀

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  5. Daniele says :

    Che bello, il mito del piazzista che con tenacia non rinuncia a raggiungere il proprio obiettivo, insistendo e insistendo… odio la gente che insiste troppo, la cieca ostinazione, per me, è una forma di ritardo mentale acquisito e chiunque cerchi di prendermi per stanchezza mi leva la voglia di salutarlo/a.

    Comunque, credo che l’autore di questo manuale confonda comicità e ironia. Venuta anche così così, ma lo capisco: non riesco mai a essere divertente, quando scrivo.
    A ogni modo, in ‘sto libriccino c’è qualche idea che, a tuo avviso e per tua esperienza, possa essere funzionale, o è tutto di questo marketing così così?

    Ah, complimenti per la foto 🙂 sembra quasi un cosplay di Willy Wonka (l’ultimo uscito, non il film classico) 😀

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    • Gaia Conventi says :

      Per mia esperienza – miserrima esperienza, sia chiaro – non si dovrebbe mai scrivere un manuale così. Basterebbe consigliare agli scrittori in erba di fare un uso massiccio di buonsenso e di essere – sempre e comunque – delle personcine corrette. La correttezza è l’arma vincente. Una buona penna aiuta a fare il resto.
      Ecco, insisterei sulla correttezza, questo sì. A qualcuno sfugge un fatto: l’editoria è un piccolo acquario, le notizie corrono. Di me dicono che sono tremenda e recensisco libri senza farmi scrupoli, ma dubito che qualcuno abbia mai messo in discussione la mia onestà intellettuale. Non dico che questo mi porterà lontano, ma di sicuro potrò andare ovunque senza ricambiare bidè. In editoria è già una piccola novità. Bisognerebbe farla diventare faccenda quotidiana. 😀

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  6. minty77 says :

    il presidente della Repubblica che era «Giorgio Napolitano, all’epoca della stesura; se mentre leggi è deceduto scrivi pure il nuovo nome a penna qui accanto

    Ma che razza di menagramo, ‘sto Visinoni! Non mi pare una gran mossa di marketing, farsi ‘sta nomea, eh…

    «Sto per diventare la tua bibbia, con la differenza che faccio ridere, peso meno e ti darò quello che sogni»

    Che detto così, puoi usarlo pure come slogan per una chat porno… °_°

    l’apparenza è tutto. Se un sufficiente numero di persone pensa che tu scrivi bene, tu scrivi bene.

    Io, per dire, avrei compilato “Se un sufficiente numero di persone pensa che tu scrivA bene”, ma non so se questo mi renda una scrittrice migliore del sig. Visinoni…

    «Non importa se non hai ancora venduto una copia. Non vergognarti a dire che sei uno scrittore»

    Beh, se dev’essere così facile… io sono una gran motociclista. E il fatto che non sia mai salita neanche su un “Ciao” non vuol dire nulla, chiaro!? è_é

    Ma ‘sto manuale per Coccolini Scrittori… dimmi che alla fine l’hai bruciato su una pira, almeno -_-

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  7. newwhitebear says :

    Certo che sarebbe più efficace l’immagine di copertina con Gaia e i venti euro infilati nel copricapo. Per il resto ha detto tutto tu. Se fosse semplice come pretende l’autore, saremmo tutti famosi. Ovviamente l’autore furbescamente pensa di diventarlo col suo manualetto, che qualche gonzo compra.

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