“Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700)” di Carlo M. Cipolla.

Può «una ricerca di storia economica e sociale» (pagina 5) legata alla nascita e alla diffusione degli orologi europei risultare una grandissima rottura di coglioni? Certamente, ma non quando te la racconta Cipolla.

Un libro pensato e scritto in inglese nel 1967 e uscito in italico idioma per Il Mulino nel 1981, con traduzione di Franco Praussello. Nella prefazione Cipolla si scusa in caso dovessimo trovare che «lo stile della narrazione lascia a desiderare», in realtà non succede: la traduzione, «rivista dallo stesso autore» (pagina 6), è ottima e assolutamente adeguata alle aspettative e non perde la «freschezza» a cui Cipolla tiene parecchio. È un libro pieno di note, e molte risultano davvero interessanti, non fatevi quindi spaventare: non si tratta di robaccia.

Lo sviluppo degli orologi europei – quelli pubblici, enormi, in ferro, richiedevano una speciale tassazione per venire installati perché costavano un fracco – dipende fortemente dagli spostamenti di operai specializzati: vanno dove stanno bene, dove trovano mercato e dove lo Stato li lascia lavorare in santa pace. E voi direte che è cosa ovvia, certo. Quello che lo è un po’ meno, invece, è il fatto che siano spesso bastati pochi artigiani orologiai per dare vita a grandi scuole di quel genere. Spostate i maestri, spostate il sapere… ed è andata proprio così. Bastava una gabella di troppo, quando non si tiravano in mezzo santi e beati, a mettere in movimento quei pochi che gli orologi li sapevano costruire. E con loro si muovevano le abilità necessarie, spostando i centri d’orologeria da un posto all’altro. Tanto per capirci, «Fu poco dopo il 1550 che diversi orologiai cominciarono ad arrivare a Ginevra sfuggendo alla persecuzione religiosa del loro paese d’origine» (pagina 60). E visto che lì stavano benino, l’orologio si è fatto faccenda tipicamente svizzera. E quindi cucù cucù ai marmittoni che se li sono lasciati scappare!

Se all’inizio gli orologiai erano soprattutto fabbri e magnani – il lavoro non era di precisione, era olio di gomito, sdeng sdeng sdeng, e una sola lancetta a segnare le ore –, col tempo e con gli orologi da tenere sulle mensole o da infilare nel taschino gli artigiani si sono fatti orafi. E quando ti serviva un bell’orologione da torre, dovevi pagarti pure il “governatore” dell’orologio, il costruttore che, armato di scala, salisse più volte al giorno a risistemare l’orario.
A quei tempi non importava quanto fossero precisi gli orologi – e lo erano proprio poco –, si puntava invece a farli coi «movimenti più strani e complicati» (pagina 26). Quando mancavano fabbri e stagnini col pallino della meccanica, e quindi dell’orologeria del “famolo strano ma non famolo preciso”, gli orologi erano costruiti da artigiani stranieri. Spesso itineranti e chiamati dalle Corti proprio per quel tal orologio. Se poi mancavano pure quelli, allora erano i frati a improvvisarsi orologiai.

Fino alla metà del Quattrocento gli “orologi privati” erano ancora piuttosto rari: costavano un sacco, erano complicati da costruire e riparare, andavano custoditi come bambini in culla. Insomma, erano più che altro una gran rottura di balle. Una rottura di balle costosa.
A fare la fortuna di questo tipo di orologi è stata l’invenzione della molla. E certo anche la crescente domanda tra il Cinquecento e il Seicento, a quel punto i gruppi di artigiani costruttori di orologi diventavano stabili. Fino alla prima guerra, alla prima cacciata per motivi religiosi e robe del genere.

Ma dicevamo degli orologiai diventati orafi, già. Siamo quasi nel Seicento e i grossi orologi pubblici non sono più una novità, pur continuando a costare un occhio della testa. A quel punto il lusso d’avere un orologio e il fatto di poterlo sfoggiare – toh!, anvedi?, tengo ‘n orologio tutto mio! – si sposa col Barocco, e si fa roba ricercata, arzigogolata, a Ferrara la diremmo sefò. Insomma, non è più un prodotto da fabbri e sdeng sdeng sdeng: serve una manina santa che sappia lavorare in piccolo. Quindi nascono gli orologiai da lavori di fino.
Tanto per capirci, nella Venezia della fine del Cinquecento ai «costruttori di piccoli orologi da muro e da tasca» non andava di «essere confusi con i grossi costruttori di grossi orologi e stando ad un rapporto dell’ambasciatore di Mantova essi non volevano sporcarsi le mani con i grandi orologi in ferro» (nota 91, pagina 45).

Poco dopo fu la Rivoluzione Scientifica a metterci lo zampino. Così «uomini di studio, professionisti o dilettanti che fossero (del resto la distinzione allora non era tanto marcata» (pagina 50) cominciarono a interessarsi all’orologeria, soprattutto per i suoi rapporti con l’astronomia, che ne faceva un passatempo da intellettuali. L’epoca degli stagnini ormai è passata, andata, defunta.

Fu poi l’invenzione del pendolo – subentrato a metà del Seicento all’uso dello scappamento a verga con foliot – a produrre un ulteriore passo avanti. «Galileo aveva avuto in mente una soluzione del genere, ma fu Christian Huygens che risolse il problema nel decennio 1650-1660» (pagina 52).
Ancora nel 1671 – nota 115, pagina 52 –, però, «i mercanti che commerciavano in orologi da tasca si reputavano soddisfatti se potevano ottenere dai maestri orologiai orologi tascabili con un errore inferiore ad un’ora su ventiquattro». Alla faccia della precisione!

Tra gli artigiani «gli orologiai si distinguevano […] per un grado di istruzione relativamente elevato […] superiore a quello della semplice capacità di leggere e scrivere». Tanto che Cipolla si spinge a dire che forse «proprio per via del loro elevato grado di alfabetismo, molti orologiai aderirono alla Riforma Protestante», un po’ come accadde – ancora Cipolla – con «i tipografi dell’Ottocento che manifestarono notevoli propensioni per il socialismo» (pagine 57 e 58).

Dicevamo delle persecuzioni religiose, e pare che gli orologiai ci capitassero spesso in mezzo. E via con la valigina verso nuovi Paesi, nuove città e nuove corporazioni. Portandosi appresso quanto avevano imparato. Tenetelo presente quando andate a cambiare la pila del vostro Swatch, dietro quel piccolo affarino c’è tutto un mondo di ex fabbri, ex magnani, governatori d’orologi e persecuzioni di vario genere. Certo che la Storia è fatta di piccole storie parecchio interessanti, non trovate?

Ovviamente non posso raccontarvi tutto quanto, compresi gli spostamenti di orologi e orologiai verso oriente, la Cina che li ha sempre graditi – ma che bei giochini! – senza sapere che farsene e il Giappone che ne ha dovuti inventare di propri perché calcolava il tempo in maniera completamente diversa dalla nostra. Spero però d’avervi incuriositi, perché in questo breve testo – 118 pagine, bibliografia e indice esclusi – si scovano delle vere chicche. Storia e curiosità fatte di orologi… e pensare che io l’orologio da polso nemmeno lo porto.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

12 responses to ““Le macchine del tempo. L’orologio e la società (1300-1700)” di Carlo M. Cipolla.”

  1. ilcomizietto says :

    Spero Cipolla dica qualcosa sull’importanza dell’oriolo – e della sua precisione – nel campo della navigazione. Secondo alcuni non avremmo orologi portatili e precisi se non ci fosse stata la scoperta dell’America e la conseguente necessità di sapere dove si era in modo preciso in alto mare. Non si poteva certo portare per nave una torre campanaria… 🙂

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    • Gaia Conventi says :

      La memoria potrebbe farmi difetto, ma credo Cipolla non ne parli.
      L’idea di portarsi per mare una torre campanaria, però, è assolutamente grandiosa. Certo dovrebbe essere grandiosa anche la nave…
      Pare che navi piuttosto ingombranti fossero quelle cinesi di Zheng He. Si vocifera che già all’epoca – siamo nel 1400 – i cinesi avessero intuito che lo scorbuto si evita mangiando frutta e verdura. E sembra proprio che il nostro Zheng He avesse una flotta con annessa “nave orto”. Una nave piuttosto cicciuta, visto che il tizio se ne andava a spasso con una ciurma di quasi trentamila persone.
      I cinesi facevano le cose in grande, poi hanno smesso di farle e anche di navigare per mare.
      Noi europei ci siamo tenuti lo scorbuto per altri trecento anni, tanto per chiarire.

      Ma il tuo commento mi ricorda che devo procurarmi Irresistibile Nord, libro che mi incuriosisce parecchio. Detto, fatto. Ordinato immediatamente! 🙂

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  2. Alessandro Madeddu says :

    Lo scroccai in una libreria di Pavia in un pomeriggio d’inverno: favoloso! 😀

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  3. ljubocka says :

    La tua recensione mi ha incuriosita parecchio; in più, ho un fratello appassionato di orologi: devo assolutamente regalargli questo libro.

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  4. ljubocka says :

    Scusami per il doppio commento: volevo dirti che di solito sul tuo blog scrivo con il nickname “Sonsierey”; stavolta, invece, ho usato un altro nickname perché WordPress mi ha riconosciuta con quello.

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