“Fondamenta degli Incurabili” di Iosif Brodskij, tradotto da Gilberto Forti (lettura del Reading Challenge 2016 con contorno di recensione facciale).

Veni, vidi, Venice.

Qualcuno, tempo fa – mi sfugge il chi e mi sfugge il quando, ma non sono dati fondamentali –, mi ha detto che Fondamenta degli Incurabili è il miglior libro dedicato a Venezia. A quel punto sono certa d’aver risposto che Morte a Venice di Ray Bradbury (trad. Giuseppe Lippi) è il più brutto romanzo mai ambientato a Venice, un quartiere di Los Angeles. Così, a occhio e croce. La conversazione ovviamente non è andata oltre: se chiami in campo il meglio e il peggio, la partita finisce in pareggio e puoi metterti a disquisire del meteo. Direi che è andata proprio in questo modo. Però il libro di Brodskij l’ho messo nella mia lista dei desideri di Anobii – dubito che il mio interlocutore si sia preso lo stesso disturbo col romanzo di Bradbury – e quel buon diavolo di Mosco – diavolessa, per chiarire; diavolessa e grande amica di Giramenti – ha pensato bene di metterci una pezza: regalandomi Fondamenta degli Incurabili. Inutile dire che il caso non capita mai per caso – al caso non credo più, credo più volentieri a Babbo Natale –, perché nel frattempo dovevo tappare il buco della categoria 9 del Reading Challenge 2016: “Un libro di un Nobel per la letteratura”. Iosif Brodskij lo vinse nel 1987, ma ha fatto un mucchio di altre cose. E per questo c’è Wiki, io non fingerò di saperne altrettanto.

Fondamenta degli Incurabili è stato scritto da Iosif Brodskij su invito del Consorzio Venezia Nuova – sì, è quello del Mose – nel dicembre del 1989, ai tempi si trattava di un’edizione fuori commercio. Nel ’91 Adelphi l’ha riproposto in una versione ampliata. Vale la pena precisare che mai avrei potuto infilare questo testo nella categoria 5 del Reading Challenge: “Un libro scelto solo per la copertina”. Certamente gli Adelphi si apprezzano per il loro aspetto elegante, ma in questo caso la scelta del colore – è un rosa carne che ricorda i gambaletti della Sora Lella – azzera l’entusiasmo. Per fortuna bastano poche pagine per scordare i polpacci di Elena Fabrizi, detta Lella.

«In tutti questi anni, in questa serie di lunghe soste e brevi soggiorni, credo d’essere stato felice e infelice quasi in uguale misura. Non aveva molta importanza, del resto, se non altro perché venivo qui non per scopi romantici, ma per lavorare, per finire un pezzo, per tradurre, per scrivere qualche poesia, sempre che la fortuna mi assistesse; semplicemente, per esserci» (pagina 83). Difatti, per quasi due decenni, poco prima di Natale, Brodskij mollava tutto per rintanarsi a Venezia. Una Venezia invernale, libera dall’assedio dei turisti e dalle bancarelle con le statuine segnatempo. Quelle che predicono la pioggia diventando rosa, mentre da azzurre promettono il sole. A dire il vero l’ho sempre trovata una faccenda strana, quel rosa destinato all’ombrello mi pareva lo scherzaccio d’un chimico accompagnato a una moglie antipatica. In realtà – e qui parte il momento Quark –, la magia è dovuta al gel di silice e al cloruro di cobalto: quando l’umidità è scarsa la brutta statuina – mai vista una passabile – resta blu grazie al cloruro; se l’umidità aumenta, il gel di silice assorbe l’acqua e il cloruro diventa rosa. So che stavate bene comunque, ma siamo nell’ambito delle receslawe e posso infilarci di tutto. Poi, semmai, me la farete pagare nei commenti.

Ma torniamo al libro. Brodskij è sempre stato affascinato dalla bellezza di Venezia, dall’acqua e dai suoi riflessi. L’acqua è decisamente il motivo dominante di questo tributo alla laguna, un omaggio che non si ferma al lato esteriore – Venezia è splendida, nonostante tutto – ma racconta anche approcci più o meno riusciti al suo lato umano. Senza scordare qualche stoccata ai furbetti del campiellino: «Non c’è dubbio, tutti hanno qualche mira su di lei, su questa città. Specialmente i politici e i grossi interessi […]. Benché questi personaggi siano di gran lunga più pericolosi dei turchi, degli austriaci e di Napoleone messi insieme, ben poco è cambiato nei diciassette anni in cui ho frequentato questa città. Ciò che salva Venezia, come Penelope, dai suoi spasimanti è la loro rivalità, la natura concorrenziale del capitalismo, che si è tradotta in rapporti di sangue tra i cani grossi e i diversi partiti politici» (pagine 90 e 91). Qualche volta possiamo quindi ringraziare la nostra burocrazia, figlia dei mille partitini che la compongono.
E per quanto Brodskij abbia tentato di fare un po’ sua questa Venezia così amata – ma con l’occhio attento e disincantato della comparsa, e non del protagonista –, mai è riuscito a sentirsi veramente a casa. «Nonostante tutto il tempo, il sangue, l’inchiostro, il denaro e il resto che ho lasciato o scialato qui, non ho mai potuto dire in maniera convincente, neanche a me stesso, di avere acquisito qualche tratto locale, di essere diventato, sia pure in misura minima, un veneziano […]. Ma suppongo che si possa comunque parlare di fedeltà quando un uomo ritorna sul luogo del proprio amore, anno dopo anno, nella stagione sbagliata, senza nessuna speranza di essere riamato» (pagina 99).

In caso covaste da sempre la curiosità di sapere se i veneziani vanno in gondola… «Tanto per cominciare, una corsa in gondola costa cara. Possono permettersela soltanto i turisti stranieri, ma quelli facoltosi […]. Ci sono molti modi per guardare le facciate, e salendo su una gondola si sceglie il modo autentico, quello originale: così puoi vedere quello che vede l’acqua. Certo, nulla potrebbe essere più lontano dai pensieri della gente del posto, affaccendata a correre di qua e di là nei suoi impegni quotidiani, del tutto indifferente o addirittura allergica allo splendore che la circonda» (pagine 101 e 102). Evidentemente ci si abitua anche alla bellezza di un luogo, il vero dramma è quando la si dà per scontata.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

8 responses to ““Fondamenta degli Incurabili” di Iosif Brodskij, tradotto da Gilberto Forti (lettura del Reading Challenge 2016 con contorno di recensione facciale).”

  1. mosco says :

    temo che ce la faccia Brugnaro a battere austriaci, napoleone e anche “li turchi”.

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  2. mosco says :

    ah, per provare l’ebberezza della gondola, in piedi come sardine, in preda al moto ondoso, basta prendere i traghetti: con 50 cent si capisce subito chi è veneziano e chi no. I veneziani sfogliano “La Nuova” i furesti stanno pallidi e rigidi chiedendosi perché mai l’han fatto 😀

    http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/39013

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  3. minty77 says :

    Io ringrazio sentitamente per la spiegazione sul gel di silice e il suo compare. E’ dai tempi in cui mia nonna teneva sulla credenza la statuina di un nanetto gobbo impegnato a sorreggere la Torre di Pisa, tutto circonfuso di brillantini e di sostanza cambia-colore, che m’era rimasta la curiosità…

    Nel caso ve lo chiedeste: sì, nonna aveva pure la classica gondola di plastica sulla mensola del caminetto. Anni che non controllo dove sia finita. Magari è ancora là e non ci facciamo più caso. Come i veneziani si abituano al bello, uno dopo un po’ diventa indifferente al kitsch! XD

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    • Gaia Conventi says :

      Farei un pranzo Giramenti a Venezia solo per comprare una gondola di plastica.
      Un po’ come fare un pranzo Giramenti a Firenze per comprare una torre di Pisa. Ops, fatto! 😀

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      • mosco says :

        …e a pisa per comprare il David? 😀
        cmq in tanti anni di venezia non ho comprato la gondola, sapessi come mi pento!

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        • Gaia Conventi says :

          Non è ammissibile! Almeno una gondola segnatempo, una gondola di plastica da far navigare nella vasca da bagno… Santo cielo!, tocca tornare subito a Venezia per rimediare al danno! 😀

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