“Vukovlad” di Paolo Maurensig.

Vukovlad

Vukovlad arriva in libreria parecchi anni dopo La variante di Lüneburg e Canone inverso. Inutile dire che in qualcosa assomiglia a entrambi: c’è sempre un tizio che racconta e un altro che lo sta a sentire. In questo caso per 109 pagine piccine picciò – lo specchio di stampa è 14×8,5 cm –, quindi l’ascoltatore si è levato il pensiero in una nottata. Più o meno quanto ho impiegato io per leggere Vukovlad.

Occorre dire che la storia non è affatto male, ma certo non ha tutti i colpi di scena che uno vorrebbe. Se si legge Maurensig, si pretende il meglio, ma il meglio stavolta non è arrivato. Però, ehi, resta un bel libro! Però… eh, però…

Sotto una sovracopertina che a dirla anonima si spende un complimento, scorre la triste vicenda del sottotenente Emil Ferenczi, sottufficiale dei Cacciatori Ungheresi. Siamo in Polonia nel 1939, in gita sui monti Tatra, un posto così inospitale che anche i tedeschi devono essersi chiesti se valesse la pena farci un salto. Ma lo fanno, e il sottotenente – lui e la sarabanda infangata con cui condivide lunghe marce e nottate in tenda – sa che il nemico arriverà lì e romperà le balle. Bisogna arrivare al villaggio di T*** – no, non faccio la misteriosa, sul libro il cartello di località dice proprio così – e predisporre la difesa, pur sapendo che sarà tutto inutile. E quale miglior posto, per piazzarci i cannoni, del castello brutto e spaventevole del margravio?

Il margravio è un cattivo soggetto, su di lui girano certe voci, le peggiori. E qui mi fermo, ché nel frattempo sul libro aleggia il mistero, il Male ha la brutta faccia di qualcosa di non umano, c’è gente mandata in avanscoperta che torna in pessima salute, si raccontano storie di vampiri e lupi mannari… Più gotico di così non si potrebbe, più gotico di così e bisognerebbe leggere Vukovlad sdraiati in una bara. Insomma, forse non dovevo leggerlo a Natale, mi conveniva tenermelo per Halloween.

Ma insomma, direte voi, ‘sto libro è bello o brutto? No, per carità, è scritto con l’innata eleganza di Maurensig e fila via liscio senza intoppi. Però il finale è fiacco, ecco. Tutto si conclude alla svelta e a te sembra d’essere stato messo alla porta in fretta e furia. Come dire, Maurensig quel giorno aveva un impegno e ha dovuto spingere il lettore oltre l’uscio di casa: ciao, è stato bello, passa quando vuoi basta che non sia adesso. Mica di malagrazia, però lo vedevi che andava per le spicce.

E mentre scivolavo sul tappetino dell’ingresso, nonostante tentassi d’aggrapparmi allo stipite, con la porta che quasi mi smussava la gobba, mi sono chiesta che accidenti avesse da fare Maurensig quel giorno. Paolino mio, la potevi spendere quella paginetta in più: hai fatto 109, potevi fare 110.

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About Gaia Conventi

Scrivo, ma posso smettere quando voglio.

5 responses to ““Vukovlad” di Paolo Maurensig.”

  1. newwhitebear says :

    Insomma bello a metà o forse meno. Come autore mi era sconosciuto ma forse rimarrà tale. I finali fiacchi li ho sempre odiati.

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